Vita di Santa Brigida di Svezia

Vita di Santa Brigida di Svezia

Santa Brigida di Svezia (Finsta, 3 giugno 1303 – Roma, 23 luglio 1373) è stata una religiosa e mistica svedese, fondatrice dell'Ordine del Santissimo Salvatore; fu proclamata santa da papa Bonifacio IX nel 1391. Brigida visse una straordinaria esperienza mistica, durante la quale avrebbe ricevuto da Gesù rivelazioni, dettate ai suoi padri spirituali e raccolte in seguito in otto volumi. Oggetto delle rivelazioni sarebbero anche i disegni di Dio sugli avvenimenti storici, i destinatari furono sia principi che pontefici. In esse non mancano dure ammonizioni in tema di riforma morale del popolo cristiano.

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Presentazione (o la vita) di Santa Brigida di Svezia

CAPITOLO I - INFANZIA E GIOVINEZZA

Colei che noi italiani chiamiamo santa Brigida, si chiama in svedese Birgitta, in tedesco Brigitta, in in­glese Bridget, in francese Brigitte. Il nome potrebbe derivare da Birger, il nome del padre della santa: la dizione completa era infatti Birgersdotter («figlia di Birger»), da cui poi derivò Birgitta. A quanto risulta, la piccola ebbe come patrona santa Brigida di Kilda­re, compatrona d'Irlanda insieme a san Patrizio.

Etimologicamente Brigida deriva dal celtico brig, che significa «forte, potente»; o anche dal gotico birg, che vuol dire «radioso, luminoso»: entrambe le de­nominazioni, forte e radiosa, si addicono assai bene alla grande santa nordica.
Per distinguerla da Brigida di Kildare, la santa sve­dese è chiamata Brigida di Finsta, dal luogo in cui nac­que, o Brigida di Vadstena, dalla località in cui fondò il suo ordine. L'espressione più comune è Brigida di Svezia, ed è a questa che ci atterremo.
Santa Brigida nacque in una famiglia ricca, nobile e politicamente influente, imparentata con i reali di Svezia. I genitori della santa si chiamavano Birger Persson («figlio di Pietro») e Ingeborg Bengtsdotter («figlia di Bengt», diminutivo di Benedikt).

Birger Persson discendeva per linea paterna dal re cristiano Sverker I della dinastia dei Folkungar, che nel 1134 aveva fondato in Svezia la prima abbazia cister­cense cui aveva dato il nome di Alvastra, in onore del­la defunta consorte Ulvilde, e dove poi fu sepolto.
Dal punto di vista religioso la Svezia era legata a Roma: il battesimo di re Olof, avvenuto nel 1078, è considerato l'inizio ufficiale della cristianizzazione del Paese, che in precedenza era proceduta a fatica, con ricadute nel paganesimo. Fu a Birger Persson, perso­nalità assai stimata, che i connazionali si rivolsero per avere una legislazione cristiana che sostituisse quella pagana di Viger Spa, primo legislatore del Paese, e tra­sfondesse nelle leggi lo spirito evangelico.

La prima legislazione cristiana della Svezia, pro­mulgata ufficialmente nel 1295 da re Birger II, è quin­di legata al nome del padre di Brigida, che in quella importantissima compilazione si fece aiutare dal pre­vosto del duomo di Uppsala, maestro Andreas And. Il nuovo spirito della legge svedese è chiaramente espresso da queste parole: «La legge deve essere di onore agli uomini giusti e prudenti, ma di correzione ai malvagi e ignoranti. Se tutti fossero giusti, non ci sa­rebbe bisogno di legge». E ancora: «Ci lasci Iddio vi­vere sulla terra in maniera che possiamo meritarci il Cielo». La nuova legge aboliva anche la schiavitù, «per­ché Cristo è stato venduto e liberò tutti i cristiani». Birger Persson era lagman, cioè governatore e giu­dice dell'Uppland, la più importante provincia del re­gno. A quell'epoca in Svezia c'erano nove governato­ri, ai quali competevano sia la giustizia sia l'ammini­strazione delle rispettive regioni. Prima che in Svezia la corona reale divenisse ereditaria, anche l'elezione del sovrano rientrava nei loro compiti.

Birger Persson era un signore molto benestante e al­trettanto generoso, che nel corso della sua vita donò terreni per diverse chiese e conventi. Si era sposato due volte: la prima con Kristina Johannsdotter, morta nel 1295, anch'essa di famiglia nobile e ricca. La secon­da moglie fu Ingeborg Bengtsdotter, madre di Brigida, imparentata con i reali di Danimarca e col re di Sve­zia, Birger Magnusson, fratello di suo padre Bengt.
Ingeborg Bengtsdotter era, stando alle cronache del suo tempo, una signora buona e gentile, che pur vi­vendo secondo il costume delle signore del suo ran­go, era profondamente e autenticamente religiosa. Ol­tre a Brigida ebbe altri sei figli (tre maschi e tre fem­mine), tre dei quali morirono bambini. Brigida nacque il 3 giugno 1303 nel castello di Fin­sta, che si trova in una regione ricca di laghi e fiumi, con colline coperte di abeti. La residenza familiare della futura santa era a quel tempo un centro di alta cultura e religiosità, che esercitò un'influenza deter­minante nella sua formazione.

Jens Johannes Jorgensen, autore di un'importante biografia di santa Brigida, così descrive il luogo, che aveva personalmente visitato: La regione è ricca di piccoli laghi e canali, e coperta di fitte foreste di conifere, ma non inadatta alla col­tivazione... Se ci si vuol rappresentare la casa di Bir­ger Persson occorre lasciar da parte tutte le immagi­ni evocate da castelli francesi e manieri tedeschi. Le grandi fattorie medioevali dell'Uppland consistevano in una serie di costruzioni in legno nell'interno di un terrapieno, attornianti una casa o torre di pietra... Ai nostri giorni non esistono nemmeno più le rovine di quella che è stata la casa in cui santa Brigida trascor­se la sua infanzia. Per contro, la pompa di ferro che un giorno di luglio di vent'anni or sono (quindi nel 1927) venne mostrata a un mio amico svedese e a me, come la «fonte di santa Brigida» potrebbe forse esse­re al suo posto. Comunque, gli enormi macigni sot­to i pioppi mormoranti nel giardino sono certamen­te suoi contemporanei. E il bosco è, come allora, com­posto di pioppi e aceri, di betulle dal candido tronco e di scuri abeti. Un colombo selvatico tuba un mo­mento, e poi tace: così udì santa Brigida tubare il co­lombo selvatico.

La piccola Brigida fu battezzata nella chiesa del pae­se, davanti alla quale si può vedere una lapide che ri­corda questa grande figlia della Svezia. La sua nasci­ta fu preceduta da fatti eccezionali, il più notevole dei quali fu questo: durante il periodo della gravidanza, la nave sulla quale Ingeborg viaggiava, di ritorno da un pellegrinaggio alla tomba di santa Brigida di Kil­dare, fece naufragio; molti dei passeggeri persero la vita e la mamma di Brigida fu salvata a fatica da Erik, fratello del re. La notte successiva ella ebbe un'appa­rizione: le si presentò una misteriosa figura vestita di un abito luminoso che le disse: «Sappi che sei stata sal­vata da questo naufragio grazie ai meriti straordinari della creatura che porti in grembo. Educala con at­tenzione, perché è un dono prezioso della generosità divina!». Divenuta adulta, Brigida fece erigere sul luogo do­ve sua madre aveva toccato terra una croce di pietra: qui ancora oggi i marinai si recano a pregare prima di imbarcarsi.

Un altro segno fu dato al sacerdote Bengt, canoni­co di Rasbo, località vicina a Finsta: ne abbiamo già accennato nella premessa. Nella notte in cui Brigida nacque, mentre era immerso in preghiera chiedendo a Dio un parto felice per la sua signora, udì una vo­ce che diceva: «Questa notte a Birger nasce una figlia la cui voce potente sarà udita in tutto il mondo».
Gli antichi documenti, in particolare la cronaca di Margareta Clausdotters, descrivono Brigida come una bambina di delicata bellezza, bionda con gli oc­chi azzurri, molto intelligente, vivace e portata alla religione. Quando aveva appena sette anni Brigida visse la prima delle innumerevoli esperienze mistiche della sua vita: una mattina, svegliandosi dal sonno, vide ai pie­di del letto una bellissima signora circonfusa di luce, che le offriva una corona chiedendole se la volesse.

La bambina rispose di sì, e la corona le fu posta sul capo. Brigida ebbe a dire in seguito che quando la si­gnora fu scomparsa continuò a sentire ancora sulla fronte il peso della corona. La straordinaria esperienza vissuta la rese ancora più incline alla devozione. Nel giardino di Finsta esi­ste tuttora una grotta naturale formata da massi er­ratici, nella quale si dice che la bambina si ritirasse ogni giorno a pregare.

Brigida raccontò la sua visione alla mamma, che da quel momento si preoccupò ancora di più dell'edu­cazione spirituale della figlia, facendole fra l'altro an­che assistere alle prediche che venivano regolarmen­te tenute nella cappella del castello di Finsta. Dopo aver udito, a Pasqua del 1314, una predica sulla pas­sione di Cristo che la colpì e commosse profonda­mente, la piccola Brigida vide in sogno Gesù e assi­stette alla sua crocifissione come se quella terribile vi­cenda si stesse svolgendo in quel momento davanti ai suoi occhi. Chiese a Gesù chi gli stesse facendo tanto male e lui le rispose: «Coloro che disprezzano me e il mio amore!». Da quel giorno Brigida non poté pen­sare alla passione di Gesù senza piangere.

Pochi mesi dopo, nel settembre 1314, morì prematuramente Ingeborg, la mamma di Brigida, e Bir­ger Persson si trovò costretto a occuparsi da solo del­la vita e dell'educazione dei figli. Affidò quindi Bri­gida alla cognata Katharina Bengtsdotter, sorella di In­geborg, che era madrina di battesimo della bambina. Katharina era moglie di Knut Jonsson, governatore dell'Östergötland, e seguì ed educò la bambina con amore materno.

Brigida lasciò dunque Finsta, dove aveva trascorso i primi, felici anni della sua vita con i genitori e i fra­telli, e si trasferì nel castello di Aspanàs, sulle rive del lago Sommen. La zia era affettuosa e si occupò con grande cura di lei, pur non avendo molta sensibilità per le sue già ricche esperienze interiori e spirituali. Gli anni trascorsi presso gli zii furono assai formati­vi per Brigida, che si abituò a una certa autonomia in­teriore e sviluppò nella vita di tutti i giorni la capaci­tà di gestirsi in larga misura da sola. Brigida rimase ad Aspanàs dal 1314 al 1316, anno in cui suo padre decise di darla in sposa a Ulf Gud­marsson, figlio di Gudmar, governatore del Vàster­gótland. Magnus, fratello di Ulf, sposò Katharina, so­rella di Brigida. Il doppio matrimonio fu celebrato nel settembre 1316. Era un matrimonio combinato, che Brigida accettò per assecondare la volontà paterna, co­me era costume a quel tempo: suo desiderio però sa­rebbe stato consacrarsi a Dio e ritirarsi a vivere in con­vento.
Contrariamente alle aspettative, il matrimonio, che durò ventott'anni e fu allietato dalla nascita di otto figli, risultò nel complesso felice.


CAPITOLO II - SPOSA E MADRE

Ulf Gudmarsson aveva appena diciotto anni quan­do sposò la quattordicenne Brigida. In base alla cro­naca di Margareta Clausdotter, Ulf era un giovanot­to di buon carattere, amante della bella vita e dei ca­valli. Pare che non fosse molto colto (simplex, cioè «privo di cultura», è definito negli antichi testi) e che fosse la sua giovane moglie a insegnargli a leggere e scrivere e a indurlo in seguito a studiare legge in ma­niera approfondita. Insieme, i due sposi compirono anche un importante percorso spirituale, così che al­la fine della sua vita Ulf, d'accordo con la moglie, de­cise di ritirarsi a vivere in convento come terziario francescano.

Subito dopo il matrimonio Ulf e Brigida si stabili­rono a Ulvasa, vicino alla città di Motala. Ancor og­gi si conservano le vestigia del grande edificio in cui la coppia visse con i figli. Ulf era spesso assente per svolgere le sue funzioni amministrative o per assolvere incarichi a corte, ma Ulvasa rimase sempre la resi­denza familiare.
La vita di Brigida sposa e madre era molto attiva, non soltanto per la cura dei figli, ma anche per le attività caritative a favore dei poveri. Brigida migliorò gli ospedali della sua regione, ne fondò di nuovi e ne visitava regolarmente gli ammalati.

L'epoca storica in cui Brigida visse come sposa e ma­dre non fu certo tranquilla. Lotte dinastiche, insurre­zioni popolari, guerre dei contadini: re Birger, che ave­va fatto morire di fame in una torre i due fratelli Erik e Waldemar che gli contendevano il potere, fu detro­nizzato nel 1319 da nobili e governatori, tra i quali c'e­rano anche il padre e il marito di Brigida; questi eles­sero re il piccolo Magnus, figlio del defunto Erik, che aveva appena tre anni. Birger fuggì in Danimarca, do­ve morì. In Svezia tornò finalmente la pace. L'anno successivo Birger Persson divise tra i figli l'e­redità della moglie e Brigida ottenne sette proprietà nello Smàland, a quel tempo la provincia più meri­dionale della Svezia.

Nel 1321 Birger si recò in pellegrinaggio a Santia­go de Compostela e sostò presso la corte papale avi­gnonese, rendendosi conto di persona della situazio­ne. L'anno successivo, di nuovo in Svezia, partecipò alla seduta del Consiglio reale in cui Ulf e altri nobi­li furono proclamati cavalieri. Birger morì nel 1326, a poco più di sessant'anni, a Finsta, la sua residenza. Le cronache del tempo narrano che i suoi funerali fu­rono celebrati in maniera sontuosa, con la partecipa­zione della famiglia reale e dei maggiori rappresen­tanti della nobiltà secolare ed ecclesiastica. In quel­l'occasione la ventiquattrenne Brigida conobbe i per­sonaggi più in vista del gran mondo svedese.

Prima di morire Birger Persson aveva scelto come luogo di sepoltura la nuova cattedrale gotica di Uppsala: nella cappella di San Nicola, accanto all'altare maggiore, si trova infatti una bellissima lapide in mar­mo nero che mostra Birger con la moglie Ingeborg Bengtsdotter nella tipica raffigurazione gotica con le mani congiunte, attorniati dai sette figli, tre maschi e quattro femmine. Alla morte di Ingeborg ne soprav­vivevano soltanto tre: Brigida, Caterina e Israel. La la­pide si trova in posizione privilegiata, vicinissima al­l'urna dorata del santo patrono di Svezia, re Erik, morto nel 1160.

Nel 1330 Ulf fu proclamato governatore di Neri­cia (Nàrke), la provincia a nord di Ulvasa, il che com­portava il possesso di grandi residenze, tenute agricole e miniere di ferro. Nel 1333, forse in occasione dei festeggiamenti per la maggiore età di re Magnus, fu nominato anche consigliere del regno. Divenne così uno degli uomini più influenti del suo tempo. I suoi incarichi lo portavano a viaggiare molto e Brigida lo accompagnava soltanto di rado. Alla variopinta ed ele­gante vita di corte preferiva l'atmosfera tranquilla di casa. L'assenza di Ulf le consentiva di dedicarsi con maggiore intensità alle pratiche spirituali verso le qua­li si sentiva tanto portata. Quando Ulf era assente, Bri­gida non dormiva nel grande e lussuoso letto matri­moniale, ma per terra, su un giaciglio di paglia'. Cer­tamente la futura santa rimase sempre semplice e mo­desta, attenta ai doveri familiari, all'andamento della casa e alle opere di bene. Come abbiamo visto, dal matrimonio di Ulf e Brigida nacquero otto figli: Marta (nata nel 1320), Karl (1321), Birger (1323), Bengt (1326), Gudmar (1327), Caterina (1330), Ingeborg (1332) e Cecilia (1334). Avremo in seguito spesso occasione di parlare di lo­ro, perché essi, in particolare Caterina che fu cano­nizzata nel 1489, furono sempre presenti nella vita della madre.

Le cronache narrano che l'ultimo parto di Brigida fu difficilissimo; ma quando ormai si disperava di sal­vare madre e figlia, apparve una sconosciuta signora vestita di bianco che toccò la partoriente e subito scomparve. Il parto riprese senza dolori e l'ultima fi­glia di Brigida nacque perfettamente sana. Brigida educò i figli alla devozione e all'amore cri­stiano verso il prossimo, e per dimostrare loro con­cretamente quale dovesse essere l'atteggiamento ver­so i bisognosi, li portava con sé nelle sue visite ai po­veri e agli ammalati. Testimoniando al processo di canonizzazione, sua figlia Caterina dichiarò: Ricordo come mamma mi prendesse con sé insie­me alle sorelle, quando si recava a visitare gli ospe­dali che aveva fatto costruire, e con le proprie mani, senza ribrezzo, fasciava le loro piaghe ferite.

E allor­ché qualcuno la rimproverava di portare con sé le bambine che potevano contrarre qualche contagio, ri­spondeva che le portava con sé mentre erano ancora piccole, perché imparassero per tempo a servire il Si­gnore nei suoi poveri e nei suoi malati. E aggiunse che, «mentre il babbo era in vita, e poi quando la mamma rimase vedova, non si sedeva mai a tavola senza aver dato da mangiare a dodici poveri». La carità di Brigida andava ancora oltre: Caterina testimonia infatti che la madre «provvedeva di dote le ragazze bisognose che desideravano maritarsi, men­tre ne aiutava altre ad entrare in convento. Visitava altresì le case di perdizione; e se qualcuna delle ra­gazze esprimeva il desiderio di uscire, la mamma in­segnava loro a fare penitenza».

In casa Brigida non era mai inoperosa e amava istruire i suoi dipendenti e servitori: «Talora se ne sta­va con le sue donne di servizio - racconta ancora Ca­terina - e cuciva paramenti per la messa e simili og­getti per il culto divino. Talvolta lavorava a vantaggio del prossimo. Talvolta leggeva le vite dei santi e la Bibbia».

Brigida ebbe molto a cuore l'istruzione dei suoi fi­gli e li fece seguire da valenti precettori; tra questi va ricordato Nils Hermansson, che aveva studiato in Francia ed era dottore in legge. Assistendo alle sue le­zioni ai figli, anche Brigida apprese i primi rudimen­ti del latino, che le fu in seguito assai utile. Dopo essere stato precettore dei figli di Ulf e Bri­gida, Nils fece una brillante carriera ecclesiastica: fu infatti canonico a Uppsala e in seguito vescovo. Fu lui ad accogliere nel 1374 le spoglie di Brigida che veni­vano riportate in patria da Roma e a consacrare nel 1384 il monastero di Vadstena. Operò molto per por­tare avanti celermente la canonizzazione di Brigida e morì solo tre settimane prima che Brigida, diciotto an­ni appena dopo la morte, venisse proclamata santa il 7 ottobre 1391. Nils Hermansson è venerato in Sve­zia come un santo.

Oltre a lui, Brigida ebbe a lungo vicino come con­fessore e guida spirituale il maestro Matthias, famo­so biblista che si era laureato in teologia all'università di Parigi, autore molto noto nella primitiva lette­ratura cristiana svedese per il suo commento in lati­no della Sacra Scrittura. A lui Brigida chiese di tra­durre in svedese la Bibbia, per poterla meglio com­prendere, e il maestro Matthias ne tradusse gran par­te, iniziando dal Pentateuco. Mediante lui Brigida ven­ne a conoscenza delle correnti culturali dell'Europa del tempo. Al maestro Matthias va quindi il merito di aver aperto a Brigida più vasti orizzonti culturali al di là dei confini della Svezia.


CAPITOLO III - ALLA REGGIA DI STOCCOLMA

Brigida di Svezia era cugina per parte materna di Magnus II Erikson, che nel 1319, a soli tre anni di età, era stato scelto come re dopo la detronizzazione del­lo zio Birger. Dal 1332, quando aveva raggiunto la maggiore età, regnava a tutti gli effetti come re di Sve­zia e di Norvegia: era infatti figlio della principessa norvegese Ingeborg e nipote del re ereditario di Nor­vegia. Nel 1335 Magnus II sposò Bianca di Namour, che veniva dalle Fiandre e apparteneva alla stirpe france­se dei Dampierre. Essendo la nuova regina molto gio­vane, risultò opportuno affidarla a una dama di cor­te esperta e intelligente, e la scelta del re cadde sulla cugina Brigida, che fu autorevolmente invitata a sta­bilirsi a corte.

Brigida non se ne rallegrò: i due sovrani erano gio­vanissimi, inesperti e superficiali, e il re godeva fama di avere un carattere assai debole. Non era però pos­sibile rifiutare l'invito, e così la futura santa si prepa­rò al distacco dalla sua casa e dai suoi figli, la mag­giore dei quali, la sedicenne Marta, era già sposata, mentre la minore, Cecilia, aveva appena un anno. 1 quattro bambini più piccoli furono affidati a conven­ti domenicani, i due maschietti Karl e Birger restaro­no a casa con il padre e con il precettore Nils Her­mansson, mentre Gudmar, che aveva otto anni e aveva particolarmente bisogno dell'assistenza materna, seguì Brigida a Stoccolma: sarebbe vissuto a corte e avrebbe frequentato la scuola dei nobili.

Al giovane re Brigida portò in dono una copia della traduzione svedese della Bibbia di maestro Matthias e un tesoro di dieci consigli ricevuti per ispirazione. Eccoli:
1. Il re non deve sedere a tavola solo, ma con alcuni sud­diti, che in questo modo si confortano fisicamente e spiritualmente della sua presenza e si distolgono da peccati e atteggiamenti disonorevoli.
2. Dopo aver pranzato il re deve trattenersi ancora un po­co a tavola, perché la relazione familiare con i sudditi procura al re favore e amore. In questa occasione ascol­terà pareri e argomenti che potrà seguire o rifiutare.
3. In tutte le sue azioni sia giusto e misericordioso e non eserciti la giustizia per amicizia, per falsa compassio­ne, per proprio utile e vantaggio privato o per paura. Non deve dimenticare la misericordia a causa dell'ira o dell'impazienza. Non è infatti da re farsi sopraffare dall'ira e neppure giudicare in fretta o abbandonare la via della giustizia per le richieste di qualcuno.
4. Il re non deve affidare gli uffici amministrativi e il ruo­lo di giudice a persone che sa essere parziali e avide, oppure che guadagnano il denaro in maniera inganne­vole, perché queste abbandonano facilmente la giusti­zia. Il re deve piuttosto ricercare persone naturalmen­te buone che seguono l'esempio dei loro predecessori e preferiscono operare nella giustizia che arricchirsi.
5. Il re deve controllare coscienziosamente come viene amministrata la giustizia nel suo regno e non deve tra­scurare di punire chi merita di essere punito. Non de­ve opprimere gli innocenti, ma essere gentile con gli umili e punire i colpevoli; nei confronti di tutti però deve usare giustizia e misericordia. E dove constata maggiore umiltà, deve prediligere la compassione piuttosto che la giustizia.

6. Il re deve interrogarsi coscienziosamente sui propri giudizi e sulle proprie opere. E se si rende conto di aver sbagliato per troppa fretta e repentino impulso, non deve vergognarsi di correggere ciò che ha fatto.
7. Nelle trattative il re non deve essere troppo precipi­toso, ma prudente e accorto, pensando bene alla con­clusione di ciò di cui si sta occupando. Deve anche appoggiarsi al consiglio di persone sagge, esperte e ti­morate di Dio, che dovranno sapere che il re segue i loro consigli.
8. Il re deve evitare parole e gesti superficiali in ogni cir­costanza, anche davanti ad amici e familiari. Deve fug­gire gli adulatori come gli scorpioni, perché essi lo spronano solo nei suoi difetti e danno ai buoni mo­tivo di adirarsi. Il re deve agire in modo da essere te­muto dai più giovani, onorato dai più anziani, loda­to dai saggi, amato dai giusti e bramato dagli oppressi.
9. Il re non deve ricercare la compagnia di coloro che la Chiesa ha bandito, né favorire coloro che hanno in spregio Dio e i suoi comandamenti; piuttosto deve sollecitare costoro con parole cortesi e ammonimen­ti e, se non si correggono, mostrare loro la sua seve­rità e le sue opere buone. Perché l'onore del re con­siste nell'amare Dio sopra ogni cosa e accrescere con tutte le sue forze l'onore di Dio.
10. Il re deve amare il popolo e il suo regno e trattare be­ne i suoi soldati, così come fanno i genitori con i figli'. Alla corte di Stoccolma Brigida entrò in contatto con le più alte cariche della vita politica del tempo e sviluppò per questa un interesse che non l'abbando­nò più.

Per due anni i rapporti con il re e la regina fu­rono ottimi: Brigida, ascoltata e rispettata, riuscì a ot­tenere dal re non pochi benefici a favore dei deboli e degli oppressi e a creare a corte un'atmosfera più spi­rituale. Fu anche madrina di battesimo di Erik, pri­mogenito della coppia reale. Ma non durò a lungo: Magnus e Bianca cominciarono a circondarsi di adu­latori e a condurre una vita sempre più superficiale e lussuosa. Il re contrasse molti debiti per l'acquisto di nuove province e fece esiliare coloro ai quali doveva grosse somme. Brigida si oppose con decisione, ma non fu ascoltata: i suoi consigli non furono seguiti e le sue profezie ridicolizzate.

Le pesanti critiche rivolte da Brigida ai consiglieri reali e l'influenza che la veggente, nonostante tutto, continuava ad esercitare sul re suscitarono malcon­tento: «Mia signora, tu sogni e vegli troppo. Sarebbe utile per te bere e dormire di più. Dio dovrebbe aver abbandonato monaci e sacerdoti per parlare alla gen­te di mondo? È sciocco prestare fede alle tue parole!», le disse un giorno un cavaliere che si fingeva ubriaco mentre sedeva a tavola con importanti personaggi. E poiché gli altri invitati volevano punire l'insolente, Brigida li sollecitò a non farlo, ammettendo di avere molti difetti. Evidentemente però le sue reazioni non erano sem­pre così tranquille, tant'è vero che nelle Rivelazioni tro­viamo questo ammonimento a lei rivolto dal Signore: Tu, mia nuova sposa, hai peccato in quattro modi nella tua ira. In primo luogo perché a causa delle pa­role che sono state pronunciate hai provato impazienza nel tuo cuore. Io subii la flagellazione per amor tuo, e quando fui davanti ai giudici non dissi una so­la parola. In secondo luogo perché quando hai volu­to far sentire il tuo biasimo hai risposto duramente e hai alzato troppo la voce. Quando io fui inchiodato sulla croce, alzai gli occhi al cielo e non parlai.

In ter­zo luogo perché col tuo comportamento hai disprez­zato me, mentre avresti dovuto sopportare paziente­mente ogni cosa per amor mio. In quarto luogo per­ché non hai dato il buon esempio al tuo prossimo che si era smarrito e che, vedendo la tua pazienza, avreb­be potuto essere indotto a comportarsi meglio. Per questo io voglio che non ti adiri più. Se qualcuno ti induce all'ira, non parlare finché l'ira non si è allon­tanata dalla tua anima. Quando nell'animo tuo sarà tornata la quiete e avrai riflettuto sulla causa della tua inquietudine, potrai parlare con bontà. Se però vedi che parlando non ottieni nulla di utile e tacendo non commetti peccato, avrai maggior merito nel tacerei.

Questa difficile situazione di contrasto indusse Bri­gida a prendere congedo dalla corte, dove tuttavia tor­nò alcune volte in seguito quando, rimasta vedova, si era stabilita nel convento di Alvastra. In quelle occa­sioni cercò di consigliare per il meglio Magnus, so­vrano dalle tendenze totalitarie, preannunciandogli la rovina che appariva chiara al suo occhio interiore, ma senza successo.

Il temporaneo abbandono della corte di Stoccolma da parte di Brigida nel 1338 fu dovuto, oltre alle già citate ragioni politiche, anche alla morte precoce del piccolo Gudmar, di appena undici anni. Brigida avvertì sempre più la necessità di un'esistenza raccolta, di un approfondimento degli studi religiosi e della spiritua­lità e, tornata a casa, decise di intraprendere insieme al marito il primo dei suoi grandi pellegrinaggi, quel­lo alla tomba di re Olaf 11, il Santo di Norvegia.


CAPITOLO IV - I PRIMI GRANDI PELLEGRINAGGI

Tutte le grandi religioni del mondo conoscono il pellegrinaggio. Da millenni gli esseri umani vanno in pellegrinaggio a luoghi sacri, tombe di personalità ve­nerate, immagini miracolose. Gli arabi si recavano al­la Mecca prima ancora di Maometto, e prima di lo­ro gli egizi al santuario di Osiride ad Abido e i popo­li della Mesopotamia a Ninive. E del resto il grande viaggio del popolo eletto dall'Egitto alla terra pro­messa altro non è che un gigantesco pellegrinaggio.

Per il cristianesimo tutta la vita umana è un pelle­grinaggio sulle orme di Cristo. I primi pellegrinaggi cristiani portarono i devoti nei luoghi dove Gesù nac­que, visse, morì e risorse. La seconda meta fu Roma, la città nella quale gli apostoli Pietro e Paolo aveva­no subito il martirio e in cui si trovavano le loro tom­be. Nell'VIII secolo si aggiunse Santiago de Compo­stela, dove si trova la tomba dell'apostolo Giacomo.
Nel medioevo le mete principali dei pellegrinaggi erano indicate con le tre parole latine Deus, Angelus e Homo. Con la prima si intendeva la Terra Santa; An­gelus indicava Monte Sant'Angelo al Gargano, nelle Puglie, dove in una grotta era apparso più volte l'ar­cangelo Michele luogo, estremamente suggestivo, è tuttora veneratissimo. Homo infine indicava le tom­be degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e quella di San Giacomo in Spagna.

Il pellegrinaggio caratterizza in modo particolare la devozione cristiana medievale: grandi pellegrinaggi a cavallo, in carrozza o più spesso a piedi, che per me­si e anche anni portavano i pellegrini lontano dalla fa­miglia, dalla casa e della patria. Si andava in pellegri­naggio per motivi assai diversi: come penitenza (a vol­te invece che con la prigione i delitti venivano scon­tati con un pericoloso pellegrinaggio), per implorare la guarigione da qualche grave malattia, propria o al­trui, per chiedere lumi riguardo a decisioni importanti da prendere, oppure ancora per pregare sulla tomba di un santo e implorarne la protezione.

Intraprendere uno di questi pellegrinaggi significa­va mettersi in viaggio per terre lontanissime, anche ol­tremare, dov'erano in agguato pericoli di ogni gene­re, dai predoni alle malattie, senza la certezza del ri­torno. Il pellegrinaggio era quindi rischio e avventu­ra; era però anche un'occasione unica di conoscere il mondo, di misurarsi con se stessi e venire in contat­to con uomini, paesi e costumi diversi, così che non è azzardato dire che il primo passo verso la recipro­ca conoscenza dei popoli d'Europa fu rappresentato proprio dai pellegrinaggi, in particolare quello, fre­quentatissimo, a Santiago de Compostela.

Brigida fu una grande pellegrina. Nel 1338 visitò con il marito la tomba di re Olaf II, il Santo di Nor­vegia, morto nel 1030, che aveva portato avanti nel­le terre nordiche l'opera di cristianizzazione iniziata da Olaf I. Nel medioevo la sua tomba nel duomo di Trondheim era meta di innumerevoli pellegrini pro­venienti da tutta la Scandinavia. Brigida e U1f fecero tutto il percorso a piedi, impiegando oltre un mese per superare la gelida catena di montagne che separa la Svezia dalla Norvegia e raggiungere Trondheim. Sulla tomba di Olaf Brigida pregò per la Svezia, gover­nata da un re discutibile.
Rinfrancata nello spirito, al ritorno dalla Norvegia Brigida riprese il suo posto alla corte svedese, che tut­tavia abbandonò definitivamente l'anno successivo, essendosi convinta dell'inutilità dei suoi sforzi per ri­portare i due giovani sovrani a una vita più seria e co­struttiva.

Ed ecco di nuovo la vita familiare, l'intimità con Ulf, la cura dei figli, le opere di pietà, le visite a mo­nasteri e conventi, luoghi di cultura e spiritualità.
Nel 1341, anche per celebrare le nozze d'argento, Brigida e Ulf decisero di intraprendere il pellegrinag­gio alla tomba dell'apostolo Giacomo in Galizia. Nel­la famiglia di Brigida il pellegrinaggio a Compostela era una tradizione: vi si erano recati suo padre, suo nonno, suo bisnonno. Deciso il viaggio, Brigida e Ulf sistemarono quindi ancora una volta i figli: Karl e Binger restarono a casa con i precettori, le figlie Ce­cilia e Caterina furono ospitate in conventi femmini­li per studiare, Ingeborg aveva da poco preso il velo e Bengt, che aveva appena otto anni, accompagnò i genitori fino al monastero di Alvastra, dove fu affi­dato ai monaci dell'ordine di San Bernardo.

Della piccola comitiva in viaggio per Santiago de Compostela faceva parte, in qualità di confessore, un monaco cistercense di Alvastra, frate Svenung, che fu in seguito testimone della santità di Brigida.
Per raggiungere Santiago i pellegrini seguirono la strada che attraversa Germania, Francia e Spagna. Il lungo viaggio fu occasione di visite ad altri luoghi sa­cri. Il primo tratto fu percorso per mare; sbarcati in un porto del Baltico, attraversarono la Germania e rag­giunsero Colonia, dove venerarono le reliquie dei tre re Magi. I loro corpi erano stati portati nel X secolo a Bisanzio e di qui a Milano, nella basilica di Sant'Eu­storgio. Nel 1162 il Barbarossa aveva saccheggiato la città e portato via le sacre reliquie, che furono collo­cate in un prezioso scrigno nel duomo di Colonia. Un'altra tappa fu fatta ad Aquisgrana, per visitare la tomba di Carlo Magno; fu quindi la volta di Tara­scona, nella cui chiesa riposa santa Marta, sorella di Maria di Betania e di Lazzaro. Forse i pellegrini sve­desi si recarono anche alle Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, dove, secondo la leggenda, sarebbero sbarcate, dopo aver preso la via dell'esilio, Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Maria Salo­me. Poi finalmente Compostela.

Brigitta e Ulf affrontarono ancora una volta il viag­gio a piedi, vestiti poveramente, mescolati a un grup­po di pellegrini. Il pellegrinaggio a Santiago fu, per i due sposi, un periodo felice. Brigida, finalmente libe­ra dagli impegni di corte, godeva insieme a Ulf della possibilità di dedicarsi completamente al piacere del viaggio e alle pratiche religiose. A Compostela Brigi­da ebbe modo di acquistare un esemplare del Liber de modo bene vivendi, un trattato di vita cristiana attri­buito a san Bernardo, che per tutta la vita portò con sé e che è conservato nella biblioteca dell'università di Uppsala. Nel viaggio di ritorno attraversarono la Francia, al­lora in preda alla guerra dei cent'anni con l'Inghil­terra, scoppiata nel 1339; il papa, in lotta con l'im­peratore per il dominio dell'Europa continentale, ri­siedeva stabilmente ad Avignone, cosa che suscitava scalpore ovunque. La presa di coscienza per espe­rienza diretta di quella complessa situazione europea acuì la passione politica di Brigida e influenzò in ma­niera determinante la sua attività futura e la sua ope­ra presso i grandi del tempo.

Per raggiungere la Svezia, Brigida e Ulf attraversa­rono le Fiandre. Giunti ad Arras, città famosa per i tap­peti (i famosi «arazzi»), Ulf si ammalò gravemente, al punto che gli fu amministrata l'estrema unzione. Come era sua consuetudine, Brigida si appellò al­l'aiuto del santo patrono locale, che era san Dionigi, il quale le apparve in visione e le comunicò che suo marito non sarebbe morto di quella malattia; le furo­no anche preannunciati i suoi grandi pellegrinaggi a Roma e in Terra Santa e il suo compito futuro di far conoscere il messaggio di Dio al mondo.

Ecco la descrizione della visione: Mentre pregava le apparve il beato Dionigi che le disse: «Io sono Dionigi, che venni da Roma in questa parte della Francia a predicare il verbo di Dio. Tu nu­tri una speciale devozione per me e io ti dico che Dio vuole essere annunciato al mondo attraverso di te e tu sei affidata alla mia custodia e alla mia protezio­ne, per cui io ti aiuterò e ti do un segno che cioè tuo marito non morirà di questa malattia». Il beato Dio­nigi la visitò in molte altre rivelazioni consolandola. Le disse anche quando e come avrebbe lasciato la vi­ta e la condusse in ispirito in tutti i luoghi che poi vi­sitò dopo molto tempo, e la signora Brigida seppe che sarebbe vissuta molti anni a Roma, avrebbe visitato i santuari del regno di Napoli e i corpi dei santi apo­stoli che qui giacciono e San Nicola a Bari e San­t'Angelo sul Monte Gargano. Poi verso la fine della sua vita sarebbe andata a Gerusalemme a visitare il se­polcro del Signore, a Betlemme e altri santuari, poi sarebbe tornata nell'Urbe e sarebbe morta. Ulf infatti non morì. La malattia però gli aveva of­ferto l'opportunità di riflettere sulle proprie debolez­ze umane, così che, rientrato a casa, col consenso e l'approvazione della moglie fece voto di castità e de­cise di abbracciare la vita religiosa. Verso la fine del 1342 chiese e ottenne di essere accolto come novizio nel monastero cistercense di Alvastra dove già vive­va, preparandosi alla vita monacale, suo figlio Bengt.

A quanto risulta, Ulf non completò il noviziato per­ché la morte lo colse abbastanza improvvisamente il 12 febbraio del 1344. Come narra il maestro Petrus nella sua deposizione al processo canonico, prima di morire Ulf mise al dito di Brigida il suo anello co­niugale, chiedendole di non dimenticarsi mai di lui: Pochi giorni dopo il decesso del marito, la signora Brigida si tolse l'anello dal dito, e poiché molte per­sone ragguardevoli le dicevano che era segno di po­ca carità rimuovere dal dito quell'anello, lei rispose: «Quando seppellii mio marito, seppellii con lui ogni amore carnale e sebbene io l'abbia amato come il mio stesso cuore, l'anello suo è per me quasi un peso per­ché guardandolo l'animo mio ricorda le precedenti delizie; affinché l'animo mio riponga ogni amore in Dio, voglio dimenticare l'anello e mio marito e rac­comandarmi a Dio». Brigida ha quarantadue anni, deve decidere della propria vita. Qualche giorno dopo le esequie di Ulf torna a casa, a Ulvàsa, per mettere ordine negli affa­ri di famiglia. Per prima cosa divide le proprietà tra i figli e i poveri, trattenendo per sé solo quanto basta per vivere modestamente.

I figli sono ormai sistemati: Karl, sposato, è dive­nuto signore di Ulvasa e lagman come il padre; le fi­glie Marta e Caterina sono anch'esse sposate; Inge­borg è monaca; Bengt vive ad Alvastra e con ogni pro­babilità si farà monaco; Cecilia, di appena dieci anni, studia presso le domenicane di Skànninge. Uscirà dal convento più tardi, su iniziativa del fratello Karl che non ravvisa in lei alcuna inclinazione monacale, e si sposerà. La missione di Brigida come sposa e madre può considerarsi compiuta.

Nel breve soggiorno a Ulvàsa, Brigida vive espe­rienze fondamentali. Una sera mentre siede sola da­vanti al camino acceso contemplando le fiamme, tra i bagliori del fuoco le appare Ulf. Brigida gli chiede come stia e lui le spiega che, non avendo commesso peccati gravi, la sua permanenza in purgatorio non sa­rà lunga. Poi continua: La sentenza del tribunale supremo mi fu favorevole e avrò l'eterna salvezza: soltanto non conosco l'ora. Poiché ora mi è concesso di chiedere aiuto per la mia anima, ti prego di far celebrare, per un anno intero, delle sante messe alla Madonna, agli angeli e a tutti i santi, specialmente in onore della passione di Cristo nostro Salvatore, che spero presto mi libererà. Sii ge­nerosa con i poveri, distribuisci loro tutte le mie cop­pe e i miei cavalli: fin troppo ho peccato con essi! Se vorrai offrire un paio di boccali d'argento per farne dei calici per l'altare, ciò varrà come suffragio per l'a­nima mia. Le mie terre però puoi tranquillamente la­sciarle ai figli: nulla ho acquisito illegalmente, né ho tenuto o voluto tenere in eredità beni di ingiusta pro­venienza. Poco tempo dopo, in marzo, mentre prega nella cappella del castello, Brigida viene rapita in estasi e ode la voce di Dio che le rivolge queste parole: «Don­na, ascoltami: io sono il tuo Dio, che vuole parlare con te... Non parlo con te per te sola, ma per la sa­lute altrui. Tu sarai la mia sposa e il mio canale e udrai e vedrai cose spirituali, e il mio spirito rimarrà con te fino alla morte».

È un'esperienza fondamentale, che scuote e com­muove Brigida nel profondo e le fa capire che il suo cammino futuro è segnato: il Signore stesso l'ha scel­ta per far pervenire agli uomini la sua parola e la sua volontà. La voce le suggerisce anche di riferire tutto alla sua guida spirituale, il maestro Matthias, e di con­sigliarsi sempre con lui, che in quanto teologo sa ben distinguere le rivelazioni divine da quelle diaboliche, e di fargli conoscere quanto ha udito.
Brigida si reca allora dal maestro Matthias, il qua­le la rassicura sul carattere divino delle rivelazioni e le consiglia di tornare ad Alvastra, nella cui foreste­ria aveva soggiornato, per generosa concessione del priore, durante la malattia del marito, e di stabilirsi lì finché non riceverà il comando di andare altrove.

Sappiamo che il consenso del priore a vivere ad Al­vastra non mancò di suscitare polemiche tra i frati, in quanto nel monastero, in base a un'antica regola, non potevano abitare donne. Ma per Brigida fu fatta un'eccezione, grazie al suo rango e alla consapevo­lezza delle sue straordinarie doti spirituali, che mise­ro a tacere i malcontenti.
Gli anni ad Alvastra - complessivamente quattro, interrotti da soggiorni a corte e visite a monasteri e conventi - costituirono un tempo fecondo, nel corso del quale Brigida si consacrò al Signore. Vita austera, meditazione sui divini misteri, introspezione, pre­ghiera, visioni sempre più frequenti: un periodo di straordinario fervore mistico, che continuò sino alla fine della sua vita terrena.

Racconta il maestro Petrus: Quando Brigida si stabilì ad Alvastra, nell'anno di grazia 1346, accadde che Dio le concesse in grande abbondanza visioni e divine rivelazioni; non mentre dormiva, ma mentre era sveglia e pregava. Il corpo era come sempre, ma lei era rapita fuori dei sensi in estasi e contemplazione spirituale e a volte in visione soprannaturale...

Cristo la forgia, la invita a migliorarsi, le suggeri­sce regole di vita: Astieniti dal consentire alla tua bocca un lungo e vano parlare, chiudi le tue orecchie ad ogni cattivo discorso e non permettere ai tuoi occhi di vagare inu­tilmente intorno. Apri le tue mani per dare elemosi­ne ai poveri e piega le tue ginocchia per lavare loro i piedi. Il tuo corpo deve essere vestito con semplicità e curato solo quanto basta per adempiere il mio ser­vizio senza cadere nella voluttà. Nelle tue vesti non vi sia nulla che testimoni superbia. Tutto deve essere utile, niente deve essere superfluo. Ti ordino anche di rifuggire ogni contatto carnale, perché se seguirai la mia volontà in futuro sarai madre di figli spiritua­li così come finora sei stata madre di figli carnali.

Gesù spiega anche alla sua sposa come dovrebbe es­sere per essergli gradita: Tu dovresti essere come un violino da cui l'arti­sta trae soavi suoni. Il proprietario del violino lo co­pre esternamente d'argento perché appaia più pre­zioso e lo riveste internamente di solido oro. Allo stesso modo tu devi essere inargentata di buoni co­stumi e umana sapienza, così da capire quale sia il tuo debito verso Dio e verso il tuo prossimo e che cosa giova alla tua anima e al tuo corpo per l'eter­na salvezza. Interiormente devi essere ornata del­l'oro dell'umiltà, così da non desiderare di piacere ad altri che a me e da non temere di dispiacere agli altri per causa mia. Il suonatore inoltre fa tre cose: per prima cosa avvolge il violino in un telo perché non si macchi; poi prepara un astuccio nel quale cu­stodirlo e infine mette una serratura all'astuccio af­finché nessuno lo rubi. Allo stesso modo tu devi ri­vestirti di purezza per non macchiarti di desideri e di passioni. Cerca di essere spesso sola perché la compagnia dei malvagi rovina i buoni costumi. La serratura indica la scrupolosa cura dei tuoi sensi e della tua interiorità, affinché in ogni tua azione tu stia ben attenta a non farti ingannare dalle insidie del demonio. La chiave però è lo Spirito Santo che apre il tuo cuore come a me piace e per il bene dell'u­manità.

In quegli anni di formazione Brigida ebbe vicine al­cune personalità di notevole rilievo, primo fra tutti il già citato maestro Matthias, che fu il suo direttore spi­rituale e che morì nel 1350, poco dopo la partenza della futura santa per Roma.
Poi i due Petrus: il maestro Petrus dell'Istituto del­lo Spirito Santo di Skànninge in qualità di confesso­re, e il monaco cistercense Petrus, vicepriore e poi priore del monastero di Alvastra, come segretario. Ta­le compito fu da lui svolto inizialmente con una cer­ta riluttanza, sia perché non se ne sentiva all'altezza, sia perché soffriva di emicranie; Brigida però riuscì a infondergli il coraggio necessario e Petrus tradusse in latino la maggior parte delle Rivelazioni che Brigida gli comunicava in svedese.

Leggiamo infatti nelle Rivelazioni: Il reverendo padre Petrus racconta che soffrendo fin dalla fanciullezza di un grande dolore di testa che lo tormentava senza sosta, chiese a santa Brigida, che era al monastero di Alvastra, di pregare per lui. Ed ecco che mentre santa Brigida pregava le apparve Ge­sù Cristo e le disse: «Va' a dire al fratello Petrus che è liberato dal suo mal di testa. Che scriva quindi lieta­mente i libri che contengono i disegni che ti ho rive­lato, perché non gli mancheranno aiuto e assistenza». E da allora il fratello Petrus non sentì più alcun mal di testa.

I due Petrus seguirono Brigida in Italia, le furono accanto fino alla morte e insieme ne scrissero la Vita in vista della canonizzazione. Petrus di Alvastra curò anche la Deposicio copiosissima («grande deposizio­ne») presso la Curia romana il 30 gennaio 1380. Pe­trus di Skànninge divenne il primo confessore gene­rale del monastero brigidino di Vadstena. Negli anni trascorsi ad Alvastra Brigida rinunciò a ogni cosa terrena e si fece totalmente sposa di Cristo.

In una visione particolarmente vivida sant'Agnese le pose sul capo una corona di sette preziosissime gem­me, come «prova di una pazienza insuperabile». Nel 1349, mentre percorreva a cavallo, seguita da servitori e dal confessore, i venti chilometri che se­paravano Alvastra da Vadstena, dove si recava spesso per seguire i lavori al convento, Brigida ebbe una lun­ghissima visione che è all'origine del Liber quaestio­num (Libro delle domande), che occupa tutto il quin­to volume delle Rivelazioni.

La futura santa rimase fuori sentimento per tutto il tragitto e i servitori la destarono solo quando giun­sero a Vadstena. Lei se ne rammaricò, perché era im­mersa in una visione stupenda, però ogni cosa rima­se impressa nella sua mente e poté essere trascritta nel giro di appena un'ora. Come al solito, Petrus tradus­se il testo in latino. Si tratta di sedici domande (in­terrogationes), ognuna divisa in cinque domande mi­nori (quaestiones), che un dotto e superbo monaco pone direttamente al Signore.

Le sempre più frequenti visioni e rivelazioni non ri­guardavano però soltanto la sua personale edificazio­ne, ma anche le grandi missioni sociali e politiche che l'attendevano, così che Brigida gradualmente si con­vinse che suo compito era lavorare per il bene della Chiesa e di tutta la società sconvolta dalle vicende di quel tempo. Un importantissimo aspetto della sua mis­sione doveva riguardare gli affari politici d'Europa, in preda alla guerra dei cent'anni (1339-1453) e di­sorientata per l'esilio del papa ad Avignone. A Brigi­da furono ispirati messaggi destinati ai grandi prota­gonisti di queste vicende, imperatori e pontefici; mol­te cose dovrà dire anche a re Magnus, suo cugino, e alla sua corte. C'era infine un nuovo, grande proget­to al quale dedicare tutta l'attenzione: un nuovo or­dine monastico.


CAPITOLO V - UN NUOVO ORDINE MONASTICO

Fu una visione a rivelare a Brigida che avrebbe do­vuto occuparsi anche di un compito di fondamentale importanza per la vita spirituale del suo travagliato tempo: la fondazione di un nuovo ordine monastico dedicato al Santissimo Salvatore e in onore della Ver­gine Maria. Nell'introduzione alla Regola dell'ordine si legge infatti: Io fui come un re che piantò buone vigne e per un certo tempo ne ricavò buoni frutti. Queste vigne erano gli ordini monastici e le istituzioni dei Santi Padri, che ristoravano gli assetati, riscaldavano chi aveva freddo, mortificavano gli insolenti e portavano la luce ai ciechi. Ora però mi lamento perché le siepi che proteggevano le vigne sono spezzate, i guardiani dormono ed entra­no i ladri, le radici sono scalzate dalle talpe, le viti ap­passiscono per mancanza d'acqua, i grappoli sono strap­pati via dal vento e calpestati. Affinché però il vino non scompaia completamente, voglio piantare una nuova vi­gna; lì tu porterai le viti delle mie parole.

La Regola del nuovo ordine fu dettata a Brigida in visione: Tutti gli articoli di questa Regola mi vennero det­tati da Gesù Cristo. Non erano per me come parole scritte sulla carta, ma io li comprendevo uno dopo l'altro e con l'aiuto della grazia di Dio li ho conser­vati tutti nella mia memoria. Quando la visione ebbe fine, il mio cuore fu così pieno di calore e di gioia che nulla più vi poteva entrare, se doveva continuare a vi­vere; diversamente sarebbe scoppiato dall'allegrezza. Per molti giorni il mio cuore fu pieno e gonfio come un sacco ricolmo, e così continuò a essere finché non potei raccontare tutto a un pio amico di Dio, che scrisse ogni cosa il più rapidamente possibile. Quan­do tutto fu scritto, il mio cuore e il mio corpo tor­narono lentamente come erano prima.

Una descrizione veramente efficace dell'estasi e dei gioiosi effetti che essa produce nell'animo di chi ne è gratificato. Il nuovo ordine doveva essere caratterizzato dalla compresenza di uomini e donne che fanno vita di­stinta ma associata: un cosiddetto «monastero dop­pio». I monasteri doppi esistevano già fin dai primi tempi dell'era cristiana sia in Oriente sia in Europa, e quello voluto da Brigida aveva quindi dei precedenti. Nel corso del suo pellegrinaggio a Santiago de Com­postela, Brigida aveva attraversato la Francia ed era venuta in contatto con l'ordine monastico di Fonte­vrault, nella diocesi di Poitiers, fondato dal beato Ro­berto d'Arbrissel nell'XI secolo, la cui caratteristica era appunto la compresenza di monaci e religiose ri­gidamente separati. I monaci erano sottomessi alla ba­dessa. A queste caratteristiche Brigida volle attenersi. Un monastero di sole suore era per lei inconcepibile, in quanto per celebrare la messa, ricevere la confessio­ne e amministrare i sacramenti erano indispensabili i sacerdoti. Suore e sacerdoti dovevano però vivere in edifici diversi e anche nei momenti comuni in chiesa occupare posizioni distanti fra loro.

La Regola dettata a Brigida è assai particolareggia­ta e ispirata a un ben preciso simbolismo: in trenta ca­pitoli viene descritta tutta l'organizzazione del mo­nastero e la vita dei frati e delle suore. Nel nuovo or­dine monastico voluto da Brigida i sacerdoti devono essere tredici, come gli apostoli (il tredicesimo è san Paolo). Quattro i diaconi, che rappresentano i quat­tro grandi dottori della Chiesa: Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio. Otto i laici al servizio dei sacer­doti. Le suore devono essere sessanta. In tutto ottan­tacinque persone, corrispondenti ai tredici apostoli e ai settantadue discepoli.
La Regola descrive ogni aspetto, abito compreso. Sulla cuffia delle suore e sul mantello degli uomini cin­que fiamme di stoffa rossa simboleggiano le piaghe di Cristo.

Capo del monastero è la badessa; il primo dei sa­cerdoti, il confessore generale, deve obbedire a lei, co­sì come la Vergine, rappresentata dalla badessa, è re­gina degli apostoli.
In visioni successive furono precisate a Brigida al­tre norme, contenute nelle Rivelazioni supplementa­ri (Revelationes extravagantes), relative soprattutto al­l'ideale ascetico, assai simile a quello cistercense di san Bernardo, previsto per la vita monastica: viene sotto­lineato il valore della semplicità, dell'umiltà, dell'ob­bedienza e dei silenzio. Niente quadri alle pareti, se non quelli che rappresentano la vita di Gesù e dei santi, niente sculture, finestre con vetri bianchi o gialli. Austerità ascetica in ogni cosa. Niente organo inoltre, poiché costituisce una distrazione, e solo canti simili a quelli dei certosini, cioè puri e rivolti unicamente a Dio, e non al piacere di chi ascolta: «Al monastero de­ve in un certo senso venire a mancare il tempo, deve regnare serietà di canto, purezza dei sensi, osservan­za del silenzio, attenzione alla parola di Dio».

Nelle Revelationes extravagantes il Signore si rive­la addirittura il vero architetto della chiesa abbaziale e ne detta tutti i dettagli costruttivi. Eccone qualche esempio: Il coro della chiesa deve essere a occidente, a lato del lago'. Deve essere un alto muro a tramonto, dal­la casa sul lago sino alla fine della corte dei clerici. Tra questo muro e il coro ci sarà uno spazio di di­ciotto aunes (misura di lunghezza di 1,20 m circa) per edificare il parlatorio, che sarà divi­so per il lungo da un muro che andrà dal coro dei Fra­telli al muro vicino al lago. In questo parlatorio i Fra­telli e le Sorelle potranno parlare fra loro delle loro necessità. Che non ci siano finestre nello spazio tra i religiosi e le religiose, così che non si vedano. Che in questo muro ci siano anche due ruote, come è costu­me in tali monasteri. E poi che il coro dei religiosi ab­bia ventidue aune di lunghezza sotto un'unica volta, dal parlatorio che guarda a occidente fino al grande altare, così che questo grande altare sia sotto la vol­ta; e i clerici devono stare tra il grande altare e la pa­rete che guarda a occidente. Quanto alla volta, essa avrà venti aune di larghezza; e il muro che è dietro, dalla parte dei religiosi verso il tramonto, avrà cinque finestre basse e vicine a terra, dove le Sorelle faran­no la loro confessione e riceveranno il corpo del Si­gnore. La chiesa stessa deve avere cinque volte nel senso della lunghezza e tre in larghezza, e ogni volta deve essere di venti aune in larghezza e ventotto in lunghezza, e che si aggiungano tre volte contigue die­tro al grande altare...

Come sede per il nuovo ordine, Brigida pensa al ca­stello reale di Vadstena, poco a nord del monastero di Alvastra, a metà strada tra questo e Ulvasa, in una insenatura del lago Vàttern. Il castello appartiene al re, e a lui quindi dovrà essere richiesto.
Trascritta la Regola, Brigida fa visita al maestro Matthias a Linkòping e gli fa leggere quanto le è sta­to dettato dal Signore. L'anziano e saggio teologo non trova nulla da obiettare e approva ogni cosa. Tutto è pronto, è tempo di ritornare alla vita pubblica.

Dopo due anni di completo ritiro ad Alvastra, Bri­gida dà inizio alla sua missione e si reca alla corte di Stoccolma per far sapere al re e ai nobili quanto il Si­gnore le ha ordinato di comunicare loro; deve inol­tre compiere i passi necessari per far approvare la sua Regola e svolgere i suoi compiti politici.
Durante il soggiorno al monastero di Alvastra, Bri­gida era sempre stata ben informata di ciò che acca­deva a corte dal fratello Israel e dai figli maggiori Karl e Birger che, per il loro rango e i loro uffici, la fre­quentavano regolarmente. A corte si viveva allegra­mente e nel lusso, ma il paese era gravato da tasse sempre più pesanti.

Per ordine del Signore, Brigida torna quindi a cor­te e viene subito ricevuta dal re, che l'ascolta in un misto di devozione, affetto e timore. Brigida ha molte cose da rimproverargli: Magnus è pavido, cede facil­mente al parere altrui, non vuole contrariare nessu­no. Politicamente aveva commesso l'errore di aiutare lo Holstein contro il re danese e molti soldati svede­si erano caduti nell'assedio del castello di Copena­ghen. Il re inoltre aveva contratto molti debiti per ac­quisire nuove terre e aveva di conseguenza imposto gravose tasse al popolo.

Brigida ha anche molte importanti richieste da fa­re al re: prima di tutto, la sua approvazione del pro­getto di un nuovo ordine e l'appoggio alla richiesta di ratifica della Regola da parte del papa; poi la do­nazione del castello reale di Vadstena come sede del monastero. Brigida chiede inoltre al re che la Svezia, neutrale, supplichi il papa di farsi mediatore di pace tra Francia e Inghilterra. Brigida conosceva bene, per averle constatate di persona nel corso del suo pelle­grinaggio a Santiago de Compostela, le devastazioni e la miseria provocate dalla guerra tra le due grandi nazioni, e questa consapevolezza la induceva a impe­gnarsi con tutta se stessa per porvi rimedio. Infine Bri­gida prospetta al re una crociata in Finlandia per con­vertire i pagani, cosa che del resto era già nei progetti di Magnus.

Il re plaude all'idea di un ordine tutto svedese, che costituisce una prestigiosa novità in quanto tutti gli or­dini esistenti nel Paese erano fino ad allora venuti da fuori (i cistercensi dalla Francia, i francescani e i do­menicani dall'Italia), e appoggia la richiesta di ap­provazione della Regola da parte del papa, al quale sarà inviato un messaggero. Quanto al castello di Vad­stena, chiede di potersi consultare con Bianca, la re­gina sua moglie. Anche il suggerimento di intercede­re presso il papa incontra il favore del sovrano. Brigida si mette all'opera: prepara messaggi per Edoardo III d'Inghilterra e Filippo di Valois, re di Francia, ai quali chiede, nel nome del Signore, di giun­gere alla pace; propone anche che si cerchi un accor­do attraverso un matrimonio che ristabilisca l'armo­nia tra le due case regnanti. Altri messaggi sono destinati a papa Clemente VI (1342-1352) perché indica il giubileo per il 1350, ap­provi il suo ordine, riporti la cura papale a Roma, uni­ca vera sede del vicario di Cristo, e si impegni a met­tere pace fra i belligeranti. Ciò che gli scrive è detta­to direttamente da Dio: Scrivi in mio nome a papa Clemente: io ti ho in­nalzato e ti ho fatto ottenere i massimi onori. Alzati dunque e ristabilisci la pace tra i sovrani di Francia e Inghilterra, che sono come pericolose belve e corrut­tori di anime. Vieni poi in Italia e annuncia la paro­la di Dio e un anno di salvezza e amore di Dio (anno giubilare), e guarda le strade coperte del sangue dei miei santi; allora ti darò quel premio che non ha mai fine'.

Per preparare adeguatamente le importanti missio­ni che si è prefissata, Brigida rimane a corte tutto l'in­verno tra il 1345 e il 1346, non più come consiglie­ra dei sovrani, ma come amica e parente. È molto no­ta: si dice che abbia il potere di guarire gli ammalati, comandare ai demoni, conoscere nella preghiera lo stato dei defunti e convertire i peccatori.
Ma una nuova sofferenza si sta preparando per lei: una lettera del priore di Alvastra la informa che il fi­glio Bengt, che sembrava destinato alla vita monasti­ca, è gravemente ammalato. Il ragazzo muore infatti all'inizio del 1346, poco dopo l'arrivo della madre, e viene sepolto nella chiesa di Alvastra, dove già ripo­sano il padre e il fratellino Gudmar. Brigida ha poco tempo per concedersi al dolore, perché gli impegni in­calzano: i messaggi per il pontefice devono essere re­capitati, bisogna lavorare per il nuovo ordine voluto dal Signore.

Come messaggero presso il pontefice viene scelto il vescovo Hemming di Abo, in Finlandia, uomo di grande cultura ed esperienza, che aveva studiato a Pa­rigi ed era stato allievo del benedettino Pierre Roger de Rotiers, eletto papa nel 1342 ad Avignone col no­me di Clemente VI. Nel suo viaggio ad Avignone è ac­compagnato dal monaco Petrus di Alvastra. Re Ma­gnus appoggia la missione e affida ai messaggeri una lettera scritta di suo pugno da recapitare ai sovrani di Francia e Inghilterra.

Nella primavera del 1346 il vescovo Hemming e Petrus di Alvastra partono per Avignone. Come la­sciapassare e raccomandazione hanno una lettera di maestro Matthias, che funge ora da prologo alle Ri­velazioni e inizia con queste parole: «Cose stupefa­centi e meravigliose sono state udite nella nostra ter­ra» (Stupor et mirabilia audita sunt in terra nostra).
Il 1° maggio 1346, giorno in cui si festeggia santa Valpurga, Brigida ha una grande gioia: re Magnus e la regina Bianca le donano il castello di Vadstena. Qui sarà fondato il monastero che i sovrani scelgono co­me estrema dimora per loro stessi e i loro eredi. Al castello vengono unite molte terre e in seguito anche una notevole cifra per le opere di adattamento e co­struzione. II superbo palazzo reale dovrà infatti esse­re trasformato in monastero, operazione che richie­derà molto lavoro. Dovrà inoltre essere edificata una chiesa adatta alle esigenze di un grande monastero.

Da allora, per tutto il tempo trascorso ancora in Sve­zia, Brigida passò lunghi periodi a Vadstena per avviare i lavori di ristrutturazione e adattamento e anche in se­guito, ormai stabilita a Roma, continuerà a dedicare al monastero molta attenzione. Non vi tornò più da viva, ma i suoi resti mortali vi furono traslati un anno dopo la morte, che avvenne a Roma nel 1373. Con la donazione del castello reale di Vadstena, Bri­gida ha ottenuto una prima, importante vittoria. Non tutto però va come dovrebbe: da Avignone il vesco­vo Hemming scrive che papa Clemente VI non ha pre­stato orecchio alle sue richieste, non si è adoperato per favorire la pace tra Francia e Inghilterra e non vuole lasciare Avignone per tornare a Roma. Del re­sto tre anni prima, nel 1343, non aveva ascoltato Co­la di Rienzo, venuto ad Avignone come ambasciatore della città di Roma, della quale gli aveva fatto presente la decadenza`. Il papa non è contrario a indire un giubileo per il 1350, ma di un nuovo ordine non vuole neppure sentir parlare: ha ricordato anzi che il con­cilio Laterano del 1215 aveva stabilito che nessun nuovo ordine dovesse più essere fondato.

Brigida se ne rammarica molto, ma non si abbatte e continua la sua opera affinché l'ordine venga ap­provato, sempre fiduciosa nelle parole che le erano state dette dal Signore e che figurano nel capitolo XXXI della Regola: Labora igitur tu, et cooperare quantum poteris; Ego autem perficiam dum mibi pla­cuerit. In buona sostanza, aiutati che Dio t'aiuta. Una grande saggezza.


CAPITOLO VI - BRIGIDA A ROMA

L'anno santo perorato da Brigida fu effettivamen­te indetto per il 1350 e annunciato a tutto il mondo cristiano. La sede papale continuava però a restare ad Avignone e Clemente VI stringeva ancora di più i rap­porti con la Francia, eleggendo quasi esclusivamente cardinali francesi. Il papa viveva come un principe mondano e Brigida sapeva bene che tra i suoi compi­ti c'era anche quello di lavorare per il rinnovamento della Chiesa. Glielo aveva spiegato molto chiaramen­te il suo sposo divino: Come una sedia ha quattro gambe e un sedile, co­sì anche la mia sedia, quella che ho dato al papa, de­ve avere quattro gambe, cioè umiltà, obbedienza, giu­stizia e misericordia, e il sedile dovrebbe essere fatto di divina saggezza e amore di Dio. Ora però questa sedia è stata dimenticata e al suo posto ne è stata adot­tata un'altra dove l'orgoglio sostituisce l'umiltà, l'o­stinazione l'obbedienza, l'avidità di ricchezza la giu­stizia, l'ira e la malevolenza la misericordia, mentre chi la occupa non aspira ad altro che ad essere chia­mato saggio e maestro secondo il metro umano.

Brigida sapeva anche che il papa non sarebbe sta­to a Roma per il giubileo: lui stesso l'aveva detto molto chiaramente al vescovo Hemming e a Petrus di Al­vastra quando si erano recati ad Avignone a portargli i suoi messaggi. E a causa di questa assenza la futura santa esitava ad affrontare il pellegrinaggio a Roma in occasione dell'anno santo. Gesù però così le parlò in visione: lo sono il Figlio del Dio vivente. La Regola del­l'ordine che ti è stata data deve essere confermata dal mio rappresentante, che nel mondo è chiamato papa, poiché egli ha il potere di legare e sciogliere al posto mio e deve rendermene conto davanti a tutte le mie schiere celesti... Inoltre il papa deve permettere che nel luogo che ti è stato mostrato quando ricevesti la Regola venga edificato un monastero; poiché proprio là deve prendere inizio questa Regola. In un'altra visione le fu ordinato dal Signore di re­carsi a Roma come sua ambasciatrice, di restarci fin­ché non avesse visto il papa e l'imperatore e di dire loro da parte sua le parole che lui le avrebbe ispira­to,. Questa profezia si realizzò, anche se - finché Bri­gida fu in vita - il ritorno a Roma di papa Urbano V fu solo temporaneo. L'imperatore che Brigida vide fu Carlo IV, detto il Boemo perché nato a Praga e so­vrano di Boemia.

Conosciuta la volontà di Dio, Brigida si affrettò a fa­re i preparativi per il lungo viaggio. I motivi per anda­re a Roma erano molteplici: partecipare al giubileo, sol­lecitare presso la Curia romana la conferma papale del suo ordine, lavorare per il ritorno del papa; Brigida de­siderava inoltre ampliare il proprio orizzonte spiritua­le e accrescere lo spazio del proprio apostolato. La partenza avvenne all'inizio dell'autunno del 1349: Brigida non avrebbe più rivisto la sua patria. Insieme a lei partirono il segretario Petrus di Alvastra e il confessore Petrus di Skànninge; si unì a loro an­che un altro sacerdote svedese di nome Magnus Pers­son, che seguì poi Brigida in Terra Santa. Facevano inoltre parte del piccolo gruppo di pellegrini il sacer­dote Gudmar Fredriksson, che fu in seguito monaco a Vadstena, la giovane signora Ingeborg Laurensdot­ter e alcuni servitori. Nessun membro invece della fa­miglia di Brigida.

Prima di lasciare la Svezia, Brigida volle salutare il maestro Matthias: non l'avrebbe più rivisto, perché l'anziano teologo sarebbe morto l'anno successivo. Non si sa con certezza quale sia stato l'esatto per­corso dei pellegrini: certamente essi si imbarcarono a Kalmar, sulla costa sud-orientale della Svezia, e sbar­carono sulla costa baltica tedesca.
I Paesi che Brigida attraversò erano in quel tempo sconvolti dalla peste nera, che a partire dal 1350 im­perversò anche in Svezia, mietendo innumerevoli vit­time. Nella primavera di quello stesso anno re Magnus infatti informò tutta la popolazione che l'epidemia, proveniente dalla Norvegia dove il germe era giunto nell'estate del 1349 con una nave inglese carica di tes­suti di lana, stava avvicinandosi al regno svedese.

La medicina del tempo era impotente nei confron­ti della peste: non si poteva far altro che pregare. At traversando le terre tedesche, le più colpite dal mor­bo (la popolazione ne risultò dimezzata), i viaggiato­ri svedesi incontrarono infatti numerose schiere di pe­nitenti e flagellanti, e anche gruppi di pellegrini che come loro si recavano a Roma.
Mentre attraversavano la Svevia, avvenne un epi­sodio che è stato riportato da varie fonti e che è al­l'origine della fondazione, avvenuta nel secolo suc­cessivo, di un importante convento brigidino. Giunti nel sud della Germania, i pellegrini svedesi fecero tap­pa nella cittadina di Mayingen e fecero pascolare i lo­ro cavalli in un prato. Quando il proprietario chiese un compenso, Brigida comprò tutto il campo e lo do­nò alla cittadinanza. Su quell'appezzamento di terre­no sorse in seguito, nel XV secolo, un convento bri­gidino, dal quale pochi anni dopo ebbe origine il ce­lebre monastero di Altomúnster, presso Augusta in Ba­viera.

Poi finalmente, dopo aver attraversato le Alpi, i pel­legrini giunsero in Italia. La prima tappa fu a Milano, per pregare nella basilica di Sant'Ambrogio. Come leg­giamo nelle Rivelazioni, il grande vescovo di Milano apparve a Brigida due volte e le parlò delle carenze e dei difetti di certi pastori della Chiesa. La fortificò an­che nella sua missione di conversione: «Dio ti ha chia­mata affinché in spirito tu possa vedere, udire, com­prendere e rivelare agli altri ciò che avrai udito».
A Milano si ammalò gravemente e poi morì Inge­borg Laurensdotter, che aveva affrontato il pellegri­naggio a Roma per ottenere l'indulgenza dei suoi pec­cati e soltanto con fatica aveva ottenuto dal marito il permesso di partire. Dopo la sepoltura di Ingeborg, il piccolo gruppo proseguì in direzione di Genova, so­stando a Pavia per rendere omaggio a sant'Agostino, il cui corpo, portato via da Ippona per timore di atti vandalici, era giunto qui dopo una sosta a Cagliari.

A Genova i pellegrini si imbarcarono e prosegui­rono il viaggio per mare fino a Ostia. Roma era fi­nalmente a portata di mano. Non immaginava, forse, la veggente svedese, che Roma sarebbe diventata la sua nuova patria e che avrebbe dovuto attendere ben diciassette anni prima di vedervi giungere un papa: Urbano V, che vi rimase meno di tre anni.

Da Ostia i pellegrini raggiunsero Roma a piedi, fa­cendo sosta alla basilica di San Paolo per rendere omaggio all'Apostolo. Giunti in città, la prima visita fu certamente quella a San Pietro.
Brigida e i suoi trovarono alloggio all'albergo del­l'Orso, sulla riva sinistra del Tevere, di fronte a Ca­stel Sant'Angelo, dove all'incirca mezzo secolo prima, in occasione del primo anno santo della storia (il giu­bileo di Bonifacio VIII del 1300) aveva alloggiato an­che Dante Alighieri. Pochi giorni dopo Brigida ricevette la visita di un messo del cardinale Hugo di Beaufort, che offrì ospi­talità a lei e al suo seguito nel palazzo del suo signo­re. Fratello di papa Clemente VI, che ben conosceva la personalità di Brigida e probabilmente desiderava usarle una cortesia, il cardinale Beaufort risiedeva in quegli anni ad Avignone e non abitava quindi il gran­de palazzo adiacente alla chiesa di San Lorenzo in Da­maso, della quale era titolare. Nello stesso palazzo aveva sede anche la cancelleria papale.

Brigida accettò con gioia l'invito e si trasferì con i suoi accompagnatori nel vasto appartamento al primo piano, che era fornito anche di una piccola cappella. Dalla finestra della sua camera, attraverso le finestre della chiesa, Brigida poteva anche godere della vista dell'altare maggiore di San Lorenzo in Damaso. Qui abitò per quattro anni. Fu in questo palazzo che nel­l'anno giubilare 1350 Brigida ricevette il famoso Ser­mo angelicus, ovvero rivelazioni dettatele da un ange­lo. Alcuni capitoli dell'opera, che narra la storia di Ma­ria, furono destinati a essere letti quotidianamente al­le suore del convento di Vadstena, aperto nel 1384.

Come trascorreva le sue giornate a Roma la princi­pessa svedese? Un brano delle Rivelazioni, che ripor­ta le parole di Gesù stesso, lo descrive esattamente: Vi consiglio di utilizzare per dormire le quattro ore prima della mezzanotte e le quattro dopo la mezza­notte. Chi non ne è capace, provi a desiderare di far­lo e ci riuscirà. Se qualcuno è ragionevolmente in gra­do di dormire un po' meno, senza per questo subir­ne danno nelle forze fisiche e psichiche, ne avrà me­rito e premio. Successivamente dovete utilizzare quat­tro ore per pregare e dedicarvi a opere utili e bene­merite, così che nessuna ora trascorra senza dare frut­to.

In seguito potete avere due ore per il pasto di mez­zogiorno. Se userete meno tempo, ne sarete ricom­pensati da Dio. Questo tempo non dovete prolun­garlo a meno che non ci sia un motivo ragionevole per farlo. Poi dovete dedicare sei ore a lavori neces­sari, consentiti o richiesti. Successivamente altre due ore per i vespri, la preghiera della sera e altre pre­ghiere a voi gradite. Infine ancora due ore per la ce­na e per serene conversazioni. Brigida pregava molto, prendeva lezioni di latino dal maestro Petrus e scriveva in svedese le rivelazioni che il suo segretario traduceva poi in latino: «Studio grammatica, prego e scrivo», leggiamo nelle Rivela­zioni.

Il maestro Petrus dal canto suo ricevette dalla San­ta Sede l'incarico di fare da padre spirituale a tutti i pellegrini svedesi che venivano a Roma: a loro Brigi­da dedicava cure e attenzioni, ospitandoli spesso nel­la sua casa. Ampio spazio avevano nella giornata di Brigida an­che le visite ai luoghi sacri romani, in particolare le sette chiese' e le catacombe della via Appia, dove i primi cristiani avevano trovato rifugio durante le per­secuzioni.

Il maestro Petrus raccontò nella sua deposizione al processo che, in memoria delle ferite e della passio­ne di Cristo, Brigida usava lasciarsi cadere sulla pelle nuda gocce di cera incandescente, e quando le ferite accennavano a chiudersi lei le rinnovava con le un­ghie, affinché il suo corpo non fosse mai senza i se­gni della passione. Di venerdì, in base alla testimo­nianza della figlia Caterina, la santa soleva anche in­gerire erbe amarissime (berbam amarissimam que vo­caturgenciana), in ricordo dell'amara bevanda data a Gesù durante la sua passione.

Nel XIV secolo Roma era una città trascurata e in decadenza. Alle devastazioni del terremoto del 1348 che aveva provocato pesanti danni ai monumenti e al­le abitazioni, si aggiungeva la difficile situazione in­terna: ruberie, brigantaggio, estrema libertà di costu­mi. Ciò era in gran parte dovuto all'assenza del papa e all'anarchia che ne conseguiva. Roma era anche di­laniata dalle lotte tra i Colonna e gli Orsini e coinvolta nelle sommosse di Cola di Rienzo. In questo stato di cose la situazione nella città eterna non era affatto si­cura neppure per i pellegrini che, nonostante l'assen­za del papa, arrivavano numerosi per visitare i luoghi sacri e pregare sulle tombe degli apostoli.

Leggiamo in un'antica cronaca: La brutale violenza aveva preso il posto del diritto; non c'era più alcuna attenzione per le leggi, nessuna protezione della proprietà, nessuna sicurezza delle per­sone. 1 pellegrini che visitavano le tombe degli apostoli venivano aggrediti e derubati, alle donne veniva usa­ta violenza. Le chiese di Roma erano in rovina, in San Pietro e in Laterano le greggi pascolavano nell'erba che arrivava fino all'altare. Sulle colline del Campidoglio veniva coltivata la vite, il foro era stato trasformato in orto e pascolo, gli obelischi egiziani giacevano a ter­ra, spezzati e semisepolti. Come conseguenza del tra­sferimento della Santa Sede, erano subentrate divisio­ni interne, abbrutimento generale e spopolamento".

Roma è come un campo nel quale sono cresciute rigogliose le erbacce. Di conseguenza deve prima es­sere purificato col ferro e col fuoco e poi arato di nuo­vo da un aratro trainato da una coppia di buoi. Per questa città si prepara una grande punizione disse un giorno la Vergine a Brigida. Le Rivelazioni fanno chiaramente intendere quanto Brigida pregas­se e si prodigasse per porre rimedio a questa triste si­tuazione. Non s'impegnò soltanto con la preghiera, ma agì concretamente intervenendo spesso nelle co­se pubbliche e sollecitando il ritorno del papa a Ro­ma per il bene della Chiesa e della città.

La preoccupazione di Brigida per Roma e le mise­rande condizioni in cui lo stato pontificio versava a causa dell'assenza del pontefice fu costante. Ne fa buona testimonianza una sua lettera indirizzata a un'alta personalità ecclesiastica, forse il vescovo di Or­vieto che all'epoca svolgeva le mansioni di vicario pa­pale. La lettera contiene la richiesta di informare il pa­pa della situazione: Illustrissimo signore, tra le altre notizie si faccia sa­pere al papa quanto sia penoso lo stato della città che un tempo era felice spiritualmente e corporalmente. Ora però essa è infelice sia corporalmente che spiri­tualmente; corporalmente perché i suoi principi mon­dani, che dovrebbero essere i suoi difensori, sono di­venuti i suoi più terribili rapinatori; per questo le ca­se sono distrutte e molte chiese che custodiscono le spoglie mortali dei santi vengono devastate. I santuari della città, dopo che i tetti sono crollati e le porte di­velte, sono divenuti le latrine di uomini, cani e bestie.

Spiritualmente la città è infelice perché molte leggi emanate da santi pontefici su ispirazione dello Spiri­to Santo a lode di Dio e per la salvezza dell'anima im­mortale non hanno più validità. Al posto loro sono subentrati, su ispirazione di spiriti malvagi, abusi e malcostume a disonore di Dio e per la rovina delle anime. Una legge della santa Chiesa prevedeva per esempio che i chierici venissero consacrati, poi con­ducessero una vita devota, servissero Dio con la pre­ghiera e indicassero con le buone opere la via per la patria celeste. Adesso però è subentrato il gravissimo abuso in base al quale i beni della chiesa vengono af­fidati a laici non consacrati, i quali per poter essere considerati chierici non si sposano, ma che senza al­cuna vergogna si portano in casa e nel letto delle pro­stitute, e tuttavia dicono: «A noi non è lecito vivere una vita coniugale perché siamo canonici». Anche i sa­cerdoti, i diaconi e i sottodiaconi evitavano un tem­po la vergogna di una vita impura; oggi alcuni di lo­ro si vantano addirittura di far vedere in giro le loro prostitute col ventre gonfio e non si vergognano se uno dei loro amici sussurra loro nell'orecchio: «Vedi, illustrissimo signore, presto ti nascerà un figlio o una figlia!». Sarebbe più giusto che fossero chiamati ser­vi del diavolo piuttosto che sacerdoti consacrati.

Il santo fondatore Benedetto e altri padri hanno, col permesso dei vescovi, stabilito regole e fondato monasteri in cui gli abati vivevano con i loro confra­telli, pregavano di giorno e di notte e conducevano un'esemplare vita monastica. Era veramente una gioia visitare i monasteri in cui i monaci cantavano le lodi di Dio e con l'esempio della loro purissima vita in­ducevano i peccatori a migliorarsi. Anche i buoni ne venivano rafforzati nella loro fede e nella loro con­dotta. Le anime del purgatorio ottenevano la pace eterna grazie alle preghiere di questi religiosi. Un tem­po ogni monaco che viveva in base a queste regole era tenuto in grande considerazione ed era amato da Dio e dagli uomini. Chi invece non si preoccupava di at­tenersi alle regole, era disprezzato.

Un tempo si rico­nosceva il monaco anche dall'abito. Oggi al posto di queste regole sono subentrati in molti casi miserevo­li abusi. Gli abati vivono nei loro castelli, dentro e fuori la città, nel modo che vogliono. È quindi dolo­roso visitare i cenobi, poiché solo pochissimi mona­ci, e a volte addirittura nessuno, pregano nel coro al­le ore stabilite. Nei monasteri si legge e si studia po­chissimo, non si canta quasi più, in certi giorni non si dice neppure messa. 1 buoni si sentono oppressi dal­la cattiva fama dei monaci malvagi, i malvagi diven­tano sempre più malvagi. C'è da temere che le pre­ghiere di questi monaci possano aiutare ben poco le anime del purgatorio. Molti monaci hanno la loro abitazione privata in città; ognuno ha la propria ca­sa; molti di loro, quando gli amici li vanno a trova­re, abbracciano i loro figli e dicono tutti felici: «Guar­da, questo è mio figlio!». 1 monaci non si riconosco­no più dagli abiti e addirittura dopo il tramonto del sole portano addosso un'arma per fare quello che lo­ro meglio aggrada. Un tempo c'erano dei santi che ri­nunciavano a grandi ricchezze e vivevano una vita ascetica senza curarsi dei beni materiali.

Vestivano po­veramente e conducevano una vita pura. Questi san­ti e i loro confratelli vengono per questo chiamati mo­naci mendicanti, i papi avevano confermato con gioia le regole del loro ordine e gli appartenenti all'ordine avevano accettato volentieri un simile genere di vita a maggior gloria di Dio e per la salvezza dell'anima immortale. Oggi però si è colti da tristezza vedendo come sono degradate e non più seguite queste rego­le che un tempo Agostino, Domenico e Francesco sta­bilirono per ispirazione dello Spirito Santo e che fu­rono seguite volentieri da uomini e donne ricchi e no­bili. Oggi molti monaci fanno tutto ciò che l'ordine vieta di fare e addirittura si vantano di usare per le loro vesti stoffe più preziose e costose di quelle usa­te per gli abiti dei ricchi vescovi.

Grazie a san Gregorio Magno e altri santi, a Roma furono edificate case femminili di clausura; le mona­che che vi vivevano non erano mai state viste da nes­suno. Ora però in questi monasteri si commettono gravi abusi, perché le loro porte si aprono indiffe­rentemente per religiosi e laici, anche di notte; le mo­nache lasciano entrare chiunque loro piaccia. Di con­seguenza questi edifici assomigliano più a case di pia­cere che a santi conventi... La lettera di Brigida continua lamentando gravi mancanze da parte di religiosi e laici cristiani: i padri confessori accettano denaro da coloro che vanno a confessarsi; soltanto una persona su cento si confes­sa e si comunica; il matrimonio religioso ha perso ogni significato e spesso nella stessa casa convivono moglie e amante; durante il periodo di Quaresima molte per­sone giovani e sane mangiano carne; il giorno festivo non viene osservato e non pochi ricchi costringono i loro sottoposti a lavorare anche la domenica e i gior­ni festivi. Infine i cristiani praticano l'usura come i giu­dei, comportandosi sovente assai peggio di loro.

L'Eccellenza vostra non si meravigli quindi - con­tinua la lunga lettera di Brigida - se a causa di questi abusi ho definito Roma una città infelice. C'è da te­mere che la fede cristiana in breve tempo cada in oblio se non interviene qualcuno che ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso e che ponga fine a ogni abuso. Abbiate quindi compassione della Chie­sa e di quelli del suo clero che amano ancora Dio con tutto il cuore e disdegnano le cattive abitudini sopra menzionate, che a causa dell'assenza del papa sono come orfani e che tuttavia hanno difeso con amore e fedeltà infantile il trono del Santo Padre, si sono op­posti a tutti i traditori e ne hanno ricavato molte pe­ne e difficoltà. Quanto al pontefice, Brigida riceve per lui dal Si­gnore una rivelazione molto severa:
Mi rammarico con te, o capo della mia Chiesa, tu che siedi sul seggio che ho donato a Pietro e ai suoi successori perché abbiano una triplice dignità: primo, perché abbiano il potere di legare e slegare le anime dal peccato; secondo, perché aprano il cielo ai peni­tenti; terzo, perché lo chiudano ai maledetti e a co­loro che mi disprezzano.

Ma tu che devi liberare le anime e presentarmele, tu ne sei il carnefice; poiché io ho nominato Pietro pastore e guardiano del mio gregge, e tu ne sei il dissipatore e colui che lo ferisce. Tu sei peggio di Lucifero, perché lui mi invidiava e desiderava uccidere soltanto me per regnare al mio posto, mentre tu non solo mi uccidi, ma uccidi anche le anime col tuo cattivo esempio. Io ho guadagnato le anime col mio sangue e te le ho affidate come un fedele amico; ma tu le abbandoni a un nemico dal quale io le avevo liberate. Tu sei più ingiusto di Pila­to, che non condannò a morte altri che me; tu non solo giudichi me pur non avendo al riguardo alcun potere, ma condanni anche le anime innocenti e per­doni i colpevoli. Tu mi sei più nemico di Giuda, che vendette me solo; tu vendi anche le anime dei miei eletti per desiderio di guadagno e per vanità. Tu sei più abominevole di coloro che crocifissero il mio cor­po, perché crocifiggi e punisci le anime dei miei elet­ti. E poiché tu sei simile a Lucifero, più ingiusto di Pilato, più crudele di Giuda, più abominevole di chi mi crocifisse, io con ragione mi lamento di te".

Parole chiare e dure, che in questa come in altre oc­casioni Brigida non ebbe paura di indirizzare ai pon­tefici per indurli a tornare sulla retta via. Ma le preoc­cupazioni religiose, politiche e sociali di Brigida non si concentrarono solo sulla situazione di Roma, del pa­pa e della Chiesa: andarono ben oltre. La deposizio­ne del suo segretario Petrus di Alvastra fatta alla Cu­ria romana nel 1380 e contenuta negli Atti del pro-f cesso di canonizzazione ci informa infatti che Brigida fu in corrispondenza con molte personalità religiose e politiche. Leggiamo infatti: Brigida impetrò da Dio molte risposte per papa Ur­bano V e papa Gregorio XI e per i regnanti di Sve­zia, cioè il re Magnus e la regina sua sposa, e per il nuovo re di Cipro e sua madre Eleonora e per la re­gina Giovanna di Napoli e per molti baroni e prelati e gente del popolo e religiosi e altre persone spirituali del regno di Svezia e della città di Roma e dei regni di Sicilia e di molti altri regni e province, che la in­terrogavano come profetessa di Dio sui loro dubbi e desideravano avere una risposta da Dio attraverso di lei. Per tutti costoro ella impetrò molte e diverse ri­sposte da Dio, utili e belle per la direzione della vita e dei costumi e per chiarire i loro dubbi".

Questo brano consente di capire quanto Brigida fosse nota, stimata e da qualcuno anche temuta per le sue doti profetiche e il suo altissimo profilo morale. Brigida sentiva di essere chiamata a far conoscere la volontà del Signore ai grandi della terra e lo fece sem­pre con coraggio, senza lasciarsi intimorire da niente e da nessuno, aiutata certamente in questo dalla con­sapevolezza del proprio rango e dall'abituale fre­quentazione di sovrani, nobili e alti prelati. Verso la metà dell'anno giubilare 1350 Brigida tra­scorse un periodo abbastanza lungo all'abbazia di Far­fa, in Sabina, nel ducato di Spoleto, dove regnava la più grande decadenza di costumi. A inviarla fu il Si­gnore stesso, affinché intervenisse presso i monaci.

L'abbazia benedettina di Farfa, oggi in provincia di Rieti, fu fondata nel VI secolo e ricostruita in quello successivo. Aveva conosciuto un grande splendore tra il IX e 1'XI secolo, quando aveva partecipato alle lot­te politiche ed esteso i suoi possedimenti all'Abruzzo e alle Marche. Inoltre gli imperatori tedeschi, a par­tire da Carlo Magno, le avevano concesso grandi pri­vilegi. In questo centro religioso e culturale, che nel medioevo era stato di primaria importanza, era ades­so penetrato lo spirito mondano: l'abate viveva come un principe secolare e i suoi frati si comportavano di conseguenza.

Leggiamo nelle Rivelazioni: Il fuoco che era emanato da san Benedetto accese tre specie di uomini, che possono essere considerati tre diverse qualità di combustibile. Innanzitutto co­loro che bruciarono come l'incenso e abbandonaro­no il mondo per amor di Dio. Poi quelli che brucia­rono come erba secca, rinunciando al mondo disgu­stati dalla vanità di tutto. E infine quelli che brucia­rono come rami di ulivo con chiara e pura fiamma ed erano pronti a morire per Cristo. Così furono i pri­mi benedettini: monaci, asceti, missionari. Ma ora lo spirito di san Benedetto ha abbandonato i suoi figli. Le fiaccole spente giacciono a terra e non danno più luce; emanano soltanto il fumo dell'impurità e della concupiscenza. La visita di Brigida non fu gradita; poiché all'ab­bazia non era prevista la presenza di donne, la prin­cipessa svedese fu ospitata in un magazzino esterno, un autentico vile tugurium, come dicono gli Atti del processo, ma il Signore stesso le spiegò in una visio­ne che quel soggiorno sarebbe stato per lei quanto mai salutare, perché le avrebbe permesso di capire i di­sagi sopportati dai santi eremiti.

Il soggiorno di Brigida a Farfa fu per molti aspetti penoso, perché la sua opera moralizzatrice incontrò resistenza. In una rivelazione relativa a questo perio­do leggiamo infatti: La Vergine chiese a Brigida: «Quale cosa ti sembra che vi sia da rimproverare a questo abate?». Rispose la santa: «Che molto di rado celebra la messa». Ri­spose la Vergine: «In questo non è meritevole di rim­provero, poiché molti, consapevoli della loro cattiva vita, ragionevolmente si astengono dal celebrare, e perciò non sono da rimproverarsi. Che altro giudichi meritevole di correzione?». Rispose la santa: «Che non porta le vesti secondo le regole del suo istituto, ma troppo delicate e molli». Disse la Vergine: «Anche questo può accadere che sia senza peccato, poiché la consuetudine così comporta. Sono molto più merite­voli di castigo coloro che introdussero ciò contro ogni regola.

Ascoltami ora e io ti manifesterò per quali co­se sia degno di severissimo castigo. La prima perché il suo cuore, che dovrebbe essere trono di Dio, è pos­seduto dalle meretrici; secondo, perché nato da umi­li e poveri genitori, ambisce di farsi ricco nella reli­gione, mentre ha promesso di osservare la povertà e di rinnegare se stesso; terzo, perché avendo avuto dal suo creatore un'anima così bella, l'ha orribilmente de­formata; non si lusinghi nel vedersi stimato e ap­plaudito dagli uomini, poiché dall'altissimo Dio giu­dice è disistimato per la sua superbia e quando verrà il suo tempo si troverà senza merito alcuno».

Brigida presentò questa rivelazione all'abate, ag­giungendo che era suo dovere dare buon esempio ai suoi monaci, ma non ottenne alcun risultato. Alla fu­tura santa fu però riservata una grande consolazione, perché proprio a Farfa rivide sua figlia Caterina, ve­nuta a Roma dalla Svezia con un gruppo di pellegrini. Caterina era sposata con Eggert von Kyren, parente del re, che non l'aveva potuta accompagnare perché al mo­mento della partenza era malfermo in salute. Giunta a Roma, Caterina si era subito messa alla ri­cerca della madre, senza trovarla. Un giorno però in San Pietro aveva incontrato Petrus di Alvastra che, dopo aver accompagnato Brigida a Farfa, spinto da impulso irresistibile era ritornato brevemente in cit­tà; l'incontro apparentemente casuale con Caterina, preoccupatissima per non aver trovato la madre a Ro­ma, gli aveva fatto capire il motivo del suo inspiega­bile desiderio di rientrare a Roma. Petrus condusse su­bito Caterina a Farfa da Brigida e le cronache narra­no che dopo l'arrivo della giovane, che era bellissima, l'accoglienza riservata dall'abate alle due donne fu più ospitale e generosa.

In base alla deposizione di Caterina stessa al pro­cesso, dopo qualche tempo Brigida apprese in visio­ne che Eggert era morto il venerdì santo di quell'an no 19; chiese allora alla figlia, che era appena diciot­tenne, se desiderasse passare a seconde nozze oppure consacrarsi al Signore. Caterina non ebbe esitazioni ed espresse subito il desiderio di restarle accanto e di ser­vire con lei il Signore. All'inizio dell'autunno del 1350 tornò infatti a Roma con Brigida e fu la compagna fedele dell'ultima parte della sua vita; l'ac­compagnò anche in Terra Santa e un anno dopo la sua morte ne riportò i resti mortali a Vadstena.

Durante il soggiorno romano a Brigida non man­carono le preoccupazioni e in più di un'occasione a quelle spirituali si aggiunsero quelle materiali. Preca­ria fu spesso per esempio la situazione finanziaria. La futura santa faceva infatti molte elemosine e, a causa delle difficoltà di trasporto, il denaro che le veniva in­viato dalla Svezia arrivava a Roma in maniera assai ir­regolare. In un'occasione particolarmente difficile Brigida si rivolse alla Madre di Dio ed ebbe questa ri­sposta: «Non ti preoccupare per la giornata di do­mani, perché anche se non ti rimanesse altro che il nu­do corpo, devi avere fiducia nel Signore. Lui che nu­tre i passeri, provvederà anche a voi che ha redento col proprio sangue». Brigida chiese ancora: «Che co­sa mangeremo domani?». E la risposta fu questa: « Se veramente non avete più niente, chiedi l'elemosina nel nome di Cristo». Brigida seguì il consiglio e non si vergognò di chiedere umilmente l'elemosina insieme ad altri mendicanti davanti alla chiesa di San Loren­zo in Panisperna.

Altre volte il denaro necessario arrivò in maniera miracolosa. Per esempio, un giorno che in casa man­cava il necessario, Brigida mandò sua figlia Caterina in San Pietro insieme ad alcune devote signore ro­mane. Mentre pregavano davanti alla tomba dell'a­postolo, si videro davanti una signora sconosciuta ve­stita di un abito bianco e di un mantello nero. La sco­nosciuta portava sul capo un velo bianco. La signora si rivolse a Caterina e le chiese di pregare «per la nor­vegese». Caterina le chiese allora da dove venisse, e la sconosciuta rispose che veniva dalla Svezia. Disse poi che la moglie di suo fratello Karl, il figlio mag­giore di Caterina, era morta e aggiunse: «Pregate per la norvegese! Presto riceverete notizie e aiuti dalla pa­tria, perché la norvegese ha lasciato a voi la collana d'oro che era solita portare». Subito dopo la scono­sciuta signora scomparve.

Poco tempo dopo questo episodio arrivò dalla Svezia Ingwald Anundsson, buon amico di Caterina, che annunciò la morte di Guydda, la moglie di Karl. Guydda era norvegese. Ingwald por­tava con sé la collana d'oro della defunta. Questo gioiello aveva un valore così alto che, vendendolo, col ricavato Brigida, sua filia e il seguito poterono vive­re per un anno intero. Un'altra preoccupazione venne dalla casa in quan­to, dopo quattro anni di soggiorno nel palazzo del car­dinale Hugo di Beaufort, Brigida fu costretta a cercare un nuovo alloggio per sé, la figlia e il seguito. Un in­viato del cardinale le comunicò infatti, piuttosto bru­scamente, di liberare l'appartamento nel giro di un mese.

Ecco come sono narrati i fatti nelle Rivelazioni: Quando udì queste parole, si turbò, poiché aveva presso di sé la sua bella, giovane e nobile figlia, la cui vista infondeva gioia in ognuno. Temeva di non riu­scire a trovare un'abitazione analoga che le consen­tisse di tenere alto l'onore suo e di sua figlia. In la­crime pregò Dio che l'aiutasse. Il Signore però volle mettere alla prova la sua serva e così le parlò: «Vai e cerca per tutto questo mese, percorri con il tuo con­fessore tutta la città per vedere se riuscite a trovare un'altra casa adatta a voi». Ella ubbidì e per tutto il mese girò con dolore e preoccupazione per la città in­sieme al maestro Petrus e al padre spirituale Petrus di Alvastra; non riuscì però a trovare nessuna casa adat­ta. Quando sua figlia Caterina si accorse delle preoc­cupazioni della madre, si afflisse per il suo onore e pianse. Due giorni prima della fine del mese fece pre­parare i bagagli per lasciare la casa e traslocare in una locanda. Oppressa dal dolore si rivolse di nuovo al cielo e chiese aiuto piangendo e pregando.

Allora le apparve Cristo e così le parlò: «Tu sei turbata perché non riesci a trovare una casa adatta. Sappi che io l'ho consentito per la tua salvezza e la tua edificazione, af­finché tu conosca per esperienza la miseria e la sof­ferenza che i poveri pellegrini debbono sopportare lontano dalla loro patria, ed impari quindi ad avere compassione. Sappi anche che non sarai mandata via dalla tua casa, ma sarai informata da parte del pro­prietario che potrai rimanervi ancora temporanea­mente ...».

Le cose andarono come il Signore aveva annuncia­to; inoltre qualche tempo dopo una vedova romana di nome Francesca Papazzuri, che conosceva bene Bri­gida e le era devota, le offrì la propria casa nelle vi­cinanze di Campo dei Fiori e della chiesa di San Lo­renzo in Damaso. In questa casa, comoda, spaziosa e cinta da un solido muro, costituita da un edificio prin­cipale, da tre case minori e da una torre, Brigida vis­se fino alla morte con la figlia e con i sacerdoti che l'accompagnavano. È la stessa casa che, ampliata e ri­strutturata, ospita oggi le suore brigidine.

Le stanze in cui vissero Brigida e Caterina sono ancora perfet­tamente conservate. Nella nuova abitazione Brigida ospitò spesso parenti, amici e pellegrini svedesi, e an­che poveri e ammalati.
Nel 1355 Brigida ebbe la gioia di rivedere anche il fi­glio Birger, venuto a Roma per farle visita. Una prova del soggiorno romano di Birger, e insieme una testimo­nianza della stima di cui godeva Brigida, è rappresenta­ta da una lettera datata 14 ottobre 1355 e firmata da papa Innocenzo VI. Poiché Birger si era trovato in dif­ficoltà finanziarie e non sapeva come affrontare il lun­go viaggio di ritorno, il pontefice - forse sollecitato da Brigida - venne in suo aiuto e con la lettera sopra cita­ta diede incarico al governatore di Perugia di fargli ver­sare da una banca romana la somma di quattrocento fio­rini d'oro, «come nostro gentile dono».

Dai pellegrini svedesi che venivano a Roma, Brigi­da era tenuta al corrente della situazione politica del­la sua patria, che ebbe sempre molto a cuore. Da Ro­ma seguì la decadenza di re Magnus, che all'inizio del 1353 aveva ottenuto in prestito da papa Innocenzo VI il denaro raccolto in Svezia e Norvegia per l'obolo di San Pietro. Si trattava di una grossa cifra che il re avrebbe dovuto restituire a breve scadenza, entro quello stesso anno. Poiché nonostante gli appelli del papa il denaro non veniva restituito, nel 1358 re Ma­gnus fu scomunicato. Con grande mancanza di umil­tà continuava però a frequentare la chiesa, benché non ne avesse più il diritto. La scomunica, che aveva ad­dolorato moltissimo Brigida, fu revocata nel 1360, ad avvenuta restituzione al papa della somma ricevuta in prestito.

C'erano poi le questioni politiche. Nel 1356 Erik, figlio maggiore di Magnus e figlioccio di Brigida, si era proclamato re degli svedesi, opponendosi al pa­dre. Padre e figlio si erano poi riconciliati, ma Erik era morto presto. Re Magnus aveva anche ceduto al re di Danimarca la Scania, la provincia più meridionale, più ricca e fiorente della penisola scandinava, e l'isola di Gotland, conquistate dagli svedesi a caro prezzo. As­sai preoccupata per questa situazione, Brigida decise allora di scrivere una lettera ai nobili svedesi, dei qua­li faceva parte anche suo figlio Karl, sollecitandoli a recarsi dal re e dirgli quanto segue:
Si tratta della salvezza della vostra anima, non c'è persona in Svezia o all'estero che abbia fama così cat­tiva come voi. Si dice di voi che abbiate commercio carnale con persona del vostro sesso, e ciò non pare incredibile poiché vi sono intorno a voi uomini che voi amate più di Dio, della vostra anima e di vostra moglie.

Inoltre vi venne interdetto di entrare in chie­sa, ma voi continuate ad ascoltare la santa messa co­me prima. Terzo e quarto, voi avete dilapidato i be­ni e le terre della corona e siete stato un traditore ver­so la Scania e quei vostri funzionari e sudditi che han­no servito voi e vostro figlio, e vorrebbero continua­re a servire voi e vostro figlio, rimanere sotto la co­rona di Svezia e combattere contro i nemici della Sve­zia. Costoro li avete abbandonati in balìa del peggio­re dei loro nemici, in modo che non potranno mai es­sere sicuri della loro vita e dei loro beni finché egli vivrà. Se siete disposto a far penitenza dei vostri delitti e peccati e a riconquistare quello che è perduto, siamo pronti a servirvi.

Se non ve ne sentite capace, cedete la corona al figlio e andatevene. Ovvero, restate nel Paese purché vostro figlio giuri che si accingerà a ri­conquistare i territori perduti, che ascolterà i consigli dei suoi ministri e renderà giustizia al popolo. Di­versamente un altro sarà eletto re al suo posto, per­ché la mano di Dio pesa ugualmente sul vecchio co­me sul giovane e può fare scacciare l'uno e l'altro. La lettera di Brigida arrivò in Svezia nel 1365. Po­co tempo dopo apparve il Libellus de Magno Erici Re­ge, uno scritto polemico della nobiltà svedese contro re Magnus certamente influenzato dalla missiva del­la veggente: vi si ritrovano sia le accuse politiche sia quelle di omosessualità e di partecipazione alla mes­sa nonostante la scomunica.

Un altro elemento a favore del sostegno dato da Brigida all'opposizione aristocratica contro re Magnus è il seguente: l'esercito di Alberto di Meclemburgo, invitato dai nobili, che batté e fece prigioniero re Ma­gnus nella battaglia di Gata, era comandato da Karl Ulfsson Sparre, parente di Brigida in quanto marito di Elena, figlia di suo fratello Israel. Nel 1369, quan­do Karl e Birger raggiunsero la madre Brigida a Ro­ma per accompagnarla nel viaggio in Terra Santa, re Magnus era ancora prigioniero nella torre del castel­lo di Stoccolma. Fu liberato solo nel 1371, ma dovette rinunciare alla corona di Svezia per sé e per suo figlio.


CAPITOLO VII - IL SOGGIORNO A NAPOLI

Brigida e il suo sposo Ulf facevano parte del Terzo ordine francescano; è quindi ben comprensibile che, giunta in Italia, la futura santa desiderasse con tutto il cuore visitare la tomba di san Francesco ad Assisi. Per mettersi in viaggio attese però, come sempre, di ricevere indicazioni dal cielo. E le indicazioni arrivarono. Il 4 ottobre 1351, festa di San Francesco, Brigida stava pregando nella chiesa a lui dedicata, San Francesco a Ripa in Trastevere, quando le apparve il poverello di Assisi che le disse: «Vieni nella mia cella, per mangiare e bere con me».

Il viaggio fu realizzato nell'estate successiva in com­pagnia di Caterina e di altre persone, tra cui la nobile signora romana Francesca Papazzuri che in seguito le offrì la sua casa. Come leggiamo negli Atti processua­li, il lungo tragitto fu percorso interamente a piedi. A Santa Maria degli Angeli, a pochi chilometri da Assisi, i pellegrini visitarono la cappella della Porziuncola, un semplice oratorio del X secolo ricostruito da san Fran­cesco. Oggi la Porziuncola si trova sotto la cupola del­la grande basilica rinascimentale eretta tra il XVI e il XVII secolo. Ai tempi di santa Brigida però l'oratorio era come ai tempi del poverello di Assisi. f 1 pellegrini si recarono poi alla chiesa di San Francesco, progettata da frate Elia, architetto dell'ordine; lo splendido complesso, iniziato nel 1228, due anni dopo la morte del santo e consacrato nel 1253, con­sta di due chiese sovrapposte, la basilica superiore e quella inferiore. Nella prima Brigida e i suoi accom­pagnatori ebbero certamente modo di ammirare il ce­lebre ciclo di affreschi di Giotto, dipinto tra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV, dove in ventotto riqua­dri è descritta la vita del santo. La tomba di san Fran­cesco è custodita invece fin dal 1230 nella basilica in­feriore, e fu qui che Brigida si trattenne a lungo.

Men­tre pregava le apparve il santo che le disse: Sii benvenuta! Ti ho invitata nella mia cella per mangiare e bere con me. Tu però devi sapere che que­sta casa non è la cella della quale ti ho parlato. La cel­la che intendevo è piuttosto la vera obbedienza che io ho sempre osservato, così che io non ho mai vo­luto stare senza una guida spirituale; per questo ho sempre avuto presso di me un sacerdote al quale ho sempre umilmente ubbidito. Questa era la mia cella. Comportati anche tu in questo modo, perché ciò è gradito a Dio. Il cibo di cui con gran gioia mi sono nutrito era questo: ho allontanato il mio prossimo dalle vanità della vita mondana, perché potesse ser­vire Dio con tutto il cuore. Questa gioia era per me come un dolcissimo cibo. La mia bevanda era la gioia che provavo quando mi accorgevo che le persone che avevo convertito cominciavano ad amare Dio con tut­te le loro forze, a vivere in povertà e a dedicarsi alla preghiera. Vedi, figlia mia, questa bevanda allietava tanto la mia anima che tutto ciò che è mondano mi ripugnava. Vai dunque in questa mia cella, mangia questo mio cibo e bevi questa bevanda con me, af­finché tu possa essere saziata in eterno da Dio.

Il pellegrinaggio ad Assisi non fu certo l'unico di Brigida in Italia: ce ne furono molti altri, soprattutto nel Sud della penisola. Nell'estate del 1366 Brigida si recò a Ortona, poco a sud di Pescara sul litorale adria­tico (oggi in provincia di Chieti), nella cui cattedrale sono custodite fin dal 1258 le reliquie dell'apostolo Tommaso, qui trasferite da Edessa. A quanto risulta, questo pellegrinaggio fu ispirato dal vescovo svedese Thomas di Vàxjò, che si era recato a Roma per im­pegni inerenti al suo ufficio ed era ospite in casa di Brigida. Insieme a Caterina, ai due Petrus e al sacer­dote svedese Magnus Pederson, il vescovo Thomas ac­compagnò Brigida in questo e in altri pellegrinaggi.

Da Ortona i pellegrini svedesi raggiunsero il mon­te Gargano nelle Puglie e visitarono il santuario di Monte Sant'Angelo (Foggia), famoso per le apparizioni dell'arcangelo Michele. In base alla tradizione, l'ar­cangelo apparve la prima volta nel 490 al vescovo di Siponto quando nella zona era ancora vivo il culto pa­gano, e disse che l'immensa grotta divenuta poi san­tuario era sacra a lui e doveva quindi essergli dedica­ta. Soltanto alla terza apparizione il vescovo fece quan­to richiesto. Quattro secoli dopo l'arcangelo apparve all'imperatore tedesco Enrico detto il Santo, che ave­va voluto trascorrere una notte da solo nella grotta.

Dal Gargano la piccola comitiva raggiunse Bari, nel cui splendido duomo romanico riposano le spoglie di san Nicola, vescovo di Myra in Asia Minore, morto verso la metà del IV secolo e sepolto nella sua città. Nel 1087 il corpo del santo era stato rapito dai pira­ti e portato a Bari, dove era stato accolto con immenso entusiasmo e venerazione. Mentre pregava nella crip­ta davanti alla tomba, Brigida ebbe la visione di san Nicola che, fra le altre cose, le disse: Sappi che come la rosa produce profumo e il grap­polo d'uva un dolce succo, così il mio corpo ha rice­vuto dal Signore la particolare benedizione di trasu­dare olio. Egli infatti onora i Suoi eletti non solo in cielo, ma anche sulla terra, affinché molte persone ne siano edificate e partecipino alla grazia concessa ai santi.

È evidente il riferimento a quella che viene chia­mata «manna di san Nicola», che cominciò a trasudare dalle ossa del santo dopo la sua morte. Il fenomeno, testimoniato fin dall'antichità, continua ancora oggi. Alla manna sono attribuite proprietà terapeutiche.
Da Bari i pellegrini raggiunsero Benevento, per onorare le reliquie di san Bartolomeo che riposano nella chiesa a lui dedicata fin dall'838; e infine Saler­no, dove nella cripta del duomo riposano le spoglie dell'evangelista Matteo. In ognuno di questi luoghi Brigida, come si legge nelle Rivelazioni, ebbe visioni e locuzioni interiori.

Era ormai giunto l'autunno e Brigida, seguendo l'indicazione del Signore, si diresse verso Napoli per trascorrervi le feste natalizie. A Nola si unì al gruppo il conte Nicola Orsini: a Roma Brigida era stata in rap­porti di familiarità con la famiglia Orsini e aveva co­nosciuto il giovane Nicola. A Napoli, attraverso le sue conoscenze, il conte aprì a Brigida le porte della cor­te della regina Giovanna.

Con i suoi accompagnatori Brigida prese alloggio all'albergo dei Cavalieri di Malta, vicino alla chiesa di San Giovanni al Mare. Invece di qualche settimana, Brigida rimase a Napoli due anni, dal luglio 1365 al­l'ottobre 1367, perché incaricata dal Signore di svol­gervi compiti importanti.
A Napoli regnava la regina Giovanna, donna mol­to bella e molto discussa per la sua condotta spregiu­dicata. Dopo i Vespri Siciliani del 1281, il regno del­le Due Sicilie era stato diviso fra la famiglia d'Arago­na, in Sicilia, e gli Angiò a Napoli. Durante tutto il XIV secolo i due Stati furono in guerra; il papa ap­poggiava Napoli contro l'usurpatore spagnolo. Di­scendente per parte materna dai conti di Provenza, Giovanna era salita al trono nel 1343. Il suo matri­monio con Andrea d'Ungheria si era rivelato infelice. Gli sposi erano mal assortiti: colta e gioiosa lei, roz­zo e grossolano lui. Nel 1345, nel palazzo di Aversa dove i sovrani trascorrevano l'autunno, Andrea fu as­salito e strangolato da assassini che restarono ignoti. Tutti sapevano che tra gli sposi non correva buon san­gue e sospettarono di Giovanna.

Nel 1347, a vent'anni, Giovanna sposò suo cugino Ludovico di Taranto, senza curarsi di chiedere la di­spensa papale necessaria a causa della stretta parente­la; nel gennaio dell'anno successivo Ludovico di Un­gheria varcò le Alpi per vendicare il fratello Andrea. Al suo arrivo a Napoli Giovanna però si era già imbarca­ta per la nativa Provenza, per recarsi ad Avignone dal papa. A quel tempo Brigida viveva ancora in Svezia, ma la fama di Giovanna era diffusa in tutta Europa.

Intanto a Napoli i baroni insorsero contro l'inva­sore ungherese e riuscirono a cacciarlo nel giugno 1348. Giovanna tornò salutata con giubilo da quello stesso popolo che poco tempo prima l'aveva accusata dell'omicidio del marito. Rientrata a Napoli, la re­gina dovette affrontare molti problemi, come la pe­ste nera, che falcidiò tutta Europa e mieté centinaia di vittime, così che non fu possibile imporre tasse; ci fu poi il terribile terremoto che nel 1349 colpì il re­gno devastando varie città tra cui l'Aquila, Aversa, Ascoli e Montecassino, dove crollò il monastero be­nedettino. Anche a Napoli rovinarono molti edifici, tra cui il campanile della cattedrale.

Intanto nel Paese regnava la più grande confusione a causa delle bande di mercenari di Ludovico d'Unghe­ria, condotte da capitani di ventura che saccheggiava­no, uccidevano e mettevano ogni cosa a ferro e fuoco. Questa situazione durò fino al 1352, quando finalmen­te si giunse alla pace col re di Ungheria; Giovanna e Lu­dovico di Taranto furono incoronati con una festa gran­diosa alla quale parteciparono tutti i signori della peni­sola. Gradualmente nel regno di Napoli tornò la pace.

Quando Brigida arrivò a Napoli, Giovanna si era sposata per la terza volta con Giacomo di Maiorca. Nicola Orsini, conte di Nola, introdusse Brigida nel gran mondo napoletano. Una conoscenza importan­te per lei fu quella con la baronessa Lapa Buondel­monti, sorella del gran siniscalco di Napoli Niccolò Acciaiuoli. L'amicizia fra le due donne si approfondì per una guarigione miracolosa attribuita a Brigida. Negli Atti del processo si legge infatti che il figlio di Lapa, Esaù, di dieci anni, era gravemente ammalato di tubercolo­si e che i medici non nutrivano più speranza di sal­varlo. Chiamata al suo capezzale, Brigida toccò il pic­colo, che subito guarì.

Sembra certo che Brigida e il suo seguito, dopo es­sere rimasti per qualche tempo nell'ospizio dei Cava­lieri di Malta, si trasferissero nel palazzo di Lapa per il resto del soggiorno a Napoli. Probabilmente i pel­legrini svedesi non avevano i mezzi per sostenersi due anni in albergo e l'ospitalità offerta risultò preziosa.
A Napoli la situazione non era molto diversa da quella di Roma e Brigida constatò subito una grave de­cadenza morale. Lo esprime molto chiaramente una rivelazione nella quale la Vergine le parla di due dei gravi peccati della città:
Il primo peccato consiste nel fatto che molti in que­sta città comprano pagani e infedeli per farne dei ser­vitori e alcuni di questi signori non si preoccupano di farli battezzare o di convertirli alla fede cristiana. An­che se alcuni di loro vengono battezzati, i loro pa­droni non si curano poi di farli educare nella fede cri­stiana. Inoltre alcuni tengono le loro serve o schiave in tale miseria e ignoranza come fossero cani, le ven­dono e - peggio ancora - le inviano spesso nei bor­delli per guadagnare denaro in maniera vergognosa e obbrobriosa. Alcuni le tengono nelle loro case come concubine per sé o per altri. Vi sono poi altri padro­ni che torturano e tormentano i loro schiavi con pa­role ingiuriose, al punto che alcuni di essi cadono nel­la disperazione e desiderano togliersi la vita.

Il secondo peccato è quello dei cattivi indovini, veggenti e repugnanti streghe, che prosperano nella città. Si ricorre ai loro esorcismi e alle loro stregone­rie per ottenere favori d'amore e fertilità, per guari­re le malattie o per scrutare il futuro.

Particolarmente la regina Giovanna, famosa per i suoi troppo liberi costumi, è oggetto delle cure di Bri­gida, che fu incaricata dal Signore di inviarle questi ammonimenti:
Scrivile che: primo, ella deve fare una confessione coscienziosa di tutto ciò che ha fatto fin dalla giovi­nezza e prendere la ferma risoluzione di migliorarsi seguendo i consigli del confessore; secondo, deve ri­flettere attentamente in che modo si è comportata nel suo matrimonio e nella sua attività di regnante, per­ché un giorno dovrà rendere conto di tutto a me; ter­zo, deve avere la volontà di pagare i suoi debiti e di restituire ciò che ha acquisito arbitrariamente, perché finché si trattengono beni acquisiti ingiustamente l'a­nima è in grave pericolo; non serve fare molte ele­mosine se non si paga quello che si deve pagare; quar­to, la regina non deve gravare la sua gente con nuo­ve tasse, ma anzi alleggerire quelle esistenti, perché Dio ascolterà i lamenti di coloro che ella avrà rapi­nato;
quinto, deve tenere consiglieri giusti, amanti della verità e non soggetti ai partiti, che non pensino al personale arricchimento ma si accontentino del ne­cessario; sesto, deve quotidianamente ricordarsi in certe ore del giorno delle ferite e delle sofferenze di Cristo, per ridestare in questo modo nel suo cuore l'amore per Dio; in determinati tempi deve invitare i poveri, lavare loro i piedi e nutrirli; settimo, deve sen­tire un amore sincero per i suoi sudditi e consolare coloro che sono stati ingiustamente offesi; ottavo, de­ve distribuire i suoi doni con intelligenza, senza ar­ricchire alcuni e opprimere altri; nono, nel punire i colpevoli non deve badare tanto al denaro che potrà ricavarne quanto alla giustizia; e dove vede penti­mento e umiltà, deve mostrare maggior misericordia; decimo, finché vive deve fare in modo che nel suo re­gno ci sia pace, poiché io le annuncio che non avrà eredi naturali; undicesimo, deve accontentarsi dei co­lori naturali e della naturale bellezza del volto di cui Dio l'ha ornata, perché i colori artificiali non piac­ciono a Dio;
dodicesimo, con grande umiltà e penti­mento deve meditare sui suoi peccati, perché davan­ti ai miei occhi ella è una corruttrice di molte anime, una capricciosa devastatrice dei beni che le ho dona­to, un motivo di preoccupazione per i miei amici; tre­dicesimo, deve nutrire in cuore un timore costante, perché per tutta la sua vita è vissuta più come una donnaccia che come una regina; quattordicesimo, de­ve rinunciare a tutte le abitudini mondane, allonta­nare le adulatrici e trascorrere il tempo che le resta, che sarà breve, in onore mio, perché finora mi ha con­siderato una persona che non tiene conto dei suoi pec­cati. Se non mi ascolta, la tratterò non come una re­gina ma come un'ingrata e la fustigherò dalla testa ai piedi.

A quanto risulta, durante la permanenza di Brigi­da a Napoli la regina corresse almeno in parte il suo comportamento, ma dopo la partenza della veggente riprese purtroppo il suo abituale modo di vivere. A Napoli Brigida esercitò molte opere di miseri­cordia, visitò chiese e santuari e nel novembre 1366 si recò ad Amalfi a venerare le reliquie dell'apostolo Andrea: questo fu l'ultimo dei pellegrinaggi italiani. Poi tornò a Napoli e vi rimase fino all'estate del 1367. Il 16 ottobre di quell'anno era certamente di nuovo Ì= a Roma per assistere al ritorno di papa Urbano V.


CAPITOLO VIII - L'APPROVAZIONE DELLA REGOLA

Lasciata Avignone, Urbano V era partito da Marsi­glia nel maggio 1367 ed era sbarcato a Corneto, il porto più vicino a Viterbo, il 9 giugno, accolto da grande entusiasmo. A Viterbo il pontefice trascorse l'estate. Il 16 ottobre, scortato da un imponente cor­teo guidato da Nicola d'Este marchese di Ferrara, Ur­bano V fece il suo ingresso a Roma, dove da sessan­t'anni nessun papa aveva più messo piede. Anche a Roma l'entusiasmo era alle stelle e certamente Brigi­da e sua figlia Caterina erano tra la folla accorsa ad applaudire il pontefice. Le sedi papali erano all'epoca assai trascurate: il pa­lazzo del Laterano era stato gravemente danneggiato nel 1360 da un incendio e non era mai stato restau­rato; il Vaticano e Castel Sant'Angelo erano anch'es­si bisognosi di ristrutturazioni. Il papa avviò subito i lavori e diede immediatamente inizio alla sua attività politica ricevendo molti regnanti, tra cui il re di Ci­pro e la regina Giovanna di Napoli.

L'estate successiva fu trascorsa nella residenza esti­va di Montefiascone, sul lago di Bolsena, e nell'au­tunno dello stesso anno Urbano V si recò a Viterbo per incontrarsi con l'imperatore Carlo IV e rientrare con lui a Roma, cosa che avvenne nell'entusiasmo ge­nerale. Il 21 ottobre l'imperatore scortò il papa fino in San Pietro reggendo le redini del suo cavallo. In quell'occasione il pontefice incoronò imperatrice la quarta moglie di Carlo IV, Elisabetta di Pomerania. Brigida vide così papa e imperatore insieme a Roma, come molti anni prima le era stato preconizzato: «Vai a Roma e restaci finché non vedrai il papa e l'imperato­re». L'avverarsi di questa profezia accrebbe il prestigio di Brigida. Ritenendo il vaticinio impossibile, molti in­fatti non le prestavano fede o addirittura la deridevano; ma poi, come testimonia la figlia Caterina negli Atti del processo, dopo che papa e imperatore furono entrati in­sieme a Roma, l'ebbero in maggiore stima e onore.

Questi sviluppi positivi fecero sperare a Brigida che fosse venuto il momento di far approvare la sua Re­gola. Nel 1369 andò a Montefiascone, dove il papa trascorreva l'estate, e vi rimase tre mesi. La veggente svedese desiderava anche che alla sua chiesa di Vad­stena fossero concesse le stesse indulgenze di cui go­deva la chiesa romana di San Pietro in Vincoli, dove sono custodite le catene dell'apostolo. Un tale privi­legio sarebbe stato molto prestigioso per il monaste­ro, in quanto avrebbe contribuito in maniera deter­minante alla sua fama di luogo di pellegrinaggio.

Il papa mostrò a Brigida grande attenzione e ri­spetto, ma l'approvazione dell'ordine incontrava in lui una certa resistenza. I problemi da risolvere erano molti: il latino nel quale la Regola era stata scritta ri­sultava duro e antiquato, assai diverso da quello col­to e raffinato in uso alla corte papale, col quale i con­fessori di Brigida non avevano dimestichezza. In que­sto Brigida ebbe l'aiuto prezioso di Nicola Orsini, che si offrì di curare una versione migliore della tradu­zione. Orsini, che era in quegli anni governatore pa­pale a Perugia e aveva libero accesso presso il ponte­fice, provvide personalmente a consegnare al papa la Regola dopo la revisione del testo.

Quanto ai contenuti, una difficoltà era rappresen­tata dalla natura stessa del monastero, pensato per uo­mini e donne, cosa non più prevista ormai da moltis­simo tempo. Fu inoltre fatto presente che gli ordini già esistenti erano tanti e che non si avvertiva quindi la necessità di una nuova istituzione, esistendo tra l'al­tro un divieto in questo senso sancito, come s'è det­to, dal concilio Laterano del 1215 e confermato dal concilio di Lione del 1274. Ma Brigida non si arrese: sapeva che il Signore stes­so voleva che l'ordine fosse approvato e si rivolse di­rettamente all'imperatore, che si trattenne a Roma si­no alla fine del 1369; a lui indirizzò una lettera det­tata dal suo sposo celeste nella quale si legge: Tu che detieni la dignità imperiale, sappi che io, creatore di tutte le cose, ho dettato una Regola in onore della mia amatissima madre e l'ho data alla donna che ti scrive. Leggila dunque attentamente e fa' sì che questa regola dettata dalle mie labbra sia ap­provata anche fra gli uomini ad opera del papa, che è il mio vicario in terra, dopo che io l'ho approvata davanti alla moltitudine celeste.

Come si può constatare, Brigida non lasciava nulla di intentato per raggiungere gli scopi che si era prefissata. Nell'estate del 1369 Brigida ebbe una grande gioia: rivide i figli Karl e Birger, che erano venuti a Roma per incontrarla. Ne approfittò per presentarli al papa.
Desiderando mostrare ai figli alcune delle bellezze d'Italia, ottenne dal papa un particolare lasciapassare e nell'autunno intraprese con loro il pellegrinaggio a Monte Sant'Angelo nel Gargano e a Bari. Dopo il viaggio Karl e Birger tornarono in Svezia.

Al pellegrinaggio partecipò anche un uomo che di­venne il migliore e più valido amico e collaboratore di Brigida nei suoi ultimi anni: lo spagnolo Alfonso Pecha de Vadaterra, che era stato vescovo di Jaén in Andalu­sia e aveva poi rinunciato al suo alto incarico per en­trare nell'ordine degli eremiti di san Girolamo (i giro­lamiti). Venuto in Italia dopo l'invasione dei mori del­la sua diocesi spagnola, aveva trascorso un certo perio­do nella sede del suo ordine a Monteluco, presso Spo­leto. Qui aveva sentito parlare di Brigida, aveva desi­derato incontrarla, si era recato a Roma e, come lui stes­so raccontò nella sua deposizione al processo, l'aveva cercata finché non l'aveva trovata. Da allora le rimase accanto divenendo suo confessore, consigliere, ordina­tore delle Rivelazioni e, dopo la sua morte, promotore della causa di canonizzazione. Alfonso era nato nel 1329 o nel 1330 e mori nel 1388. La sua presenza accanto a Brigida si rivelò provvidenziale, anche perché in quegli anni i due Petrus furono soggetti a varie infermità che impedirono loro per esempio di unirsi alla futura santa e ai suoi figli nel loro pellegrinaggio.

Dobbiamo al vescovo Alfonso una preziosa testi­monianza sul carattere e il comportamento di Brigi­da e sul suo atteggiamento verso i sacerdoti che face­vano parte della sua famiglia:
Aveva massima obbedienza verso i suoi padri spi­rituali, al punto da mortificare la propria volontà, perché ogni cosa che faceva era sottomessa al con­senso dei predetti padri; non usciva di casa se non con il loro consenso e quando andava per Roma a visita­re i santuari era sempre in loro compagnia; e neppu­re osava alzare gli occhi da terra se non dopo aver chiesto e ottenuto licenza di farlo. Anche tutte le at­tività della giornata, la suddivisione del tempo, il si­lenzio e la preghiera erano sottoposte al giudizio dei padri spirituali, come pure le visioni divine che rice­veva quando pregava.

Dell'obbedienza ai padri spirituali rende buona te­stimonianza anche la figlia Caterina: «Per obbedienza ai suoi padri spirituali dormiva senza materasso, e que­sto durò fino a poco tempo prima della morte, quan­do ormai era affetta da molte infermità»'. La donna for­te, capace di rivolgersi con autorità a papi e imperato­ri per indicare loro il volere di Dio, era in realtà umi­lissima, devota ai padri spirituali e disposta a rinuncia­re alla propria volontà in nome dell'obbedienza.

Il vescovo Alfonso svolse un prezioso lavoro per la revisione delle Rivelazioni, compito che gli fu affida­to dal Signore stesso. Fu infatti dettato a Brigida: Devi consegnare al mio vescovo eremita tutti i li­bri delle Rivelazioni con queste mie parole, affinché possano essere tradotti in molte lingue; lui dovrà spie­gare, illustrare e custodire il senso cattolico del mio spirito. Così come il tuo cuore non è sempre in gra­do di esprimere con sufficiente calore e trascrivere ciò che ti viene comunicato, ma lo ponderi nella tua men­te, e poi lo scrivi e lo riscrivi fino a trovare il corret­to significato delle mie parole, allo stesso modo il mio spirito si levò e discese tra gli evangelisti e i maestri, che a volte produssero qualcosa che dovette essere corretto, a volte qualcosa che dovette essere nuovamente trattato, altre volte ancora furono biasimati e dovettero intervenire altri per meglio esprimere le pa­role che avevano usato.

E tuttavia fu sempre il mio spirito a infondere a tutti i miei evangelisti le parole che essi pronunciarono e scrissero. Dì allora all'ere­mita che deve eseguire e portare a termine il lavoro dell'evangelista'. Alfonso di Jaén curò la redazione definitiva delle Rivelazioni e la loro suddivisione in otto libri. Nell'estate del 1370 Brigida era di nuovo a Mon­tefiascone e fu ricevuta dal papa insieme ad Alfonso e a Nicola Orsini. Il risultato ottenuto fu per Brigida di parziale soddisfazione: la sua Regula Sanctissimi Salvatoris fu approvata, ma solo come appendice del­la Regola agostiniana che il monastero di Vadstena avrebbe dovuto seguire. Del privilegio di indulgenza richiesto per il monastero non si faceva alcuna men­zione'. Era invece concessa licenza per la costruzione di un monastero per le monache con annesso quello per i monaci.

La bolla papale, datata S agosto 1370, era indirizzata all'arcivescovo di Uppsala e ad altri tre vescovi svedesi. Motivo di grande dispiacere per Brigida fu rendersi conto, durante il soggiorno a Montefiascone, che il papa non aveva nessuna intenzione di ritornare a Ro- ma, ma - cedendo alle pressioni dei vescovi francesi -stava anzi programmando di trasferirsi di nuovo ad Avignone. Fece allora avere a Urbano V una lettera ispirata dalla Vergine in cui gli si diceva: «Se riuscirà a tornare in patria, riceverà un colpo tale da fargli bat­tere i denti; la sua vista si oscurerà e tutte le sue mem­bra tremeranno... Gli amici di Dio non lo ricorde­ranno più nelle loro preghiere ed egli dovrà rendere conto a Dio di tutto quello che ha fatto e omesso»6. Urbano V non ne tenne conto. A metà settembre di quello stesso anno era già in Francia e il 19 dicembre improvvisamente morì.

A tornare definitivamente a Roma fu il suo succes­sore Gregorio XI nel 1377: ma Brigida non poté ac­coglierlo come aveva fatto con Urbano V, perché era già morta da quattro anni. A prendere il testimone e convincere definitivamente il papa a tornare a Roma era stata un'altra grande santa: Caterina da Siena. Il 30 dicembre, dopo un solo giorno di conclave, fu eletto papa il cardinale Pierre Roger de Beaufort, che scelse il nome di Gregorio XI. Il neoeletto aveva quarantadue anni ed era nipote di Clemente VI, che l'aveva innalzato alla porpora cardinalizia appena di­ciottenne. Gregorio XI aveva studiato a Perugia ed era un insigne giurista; come uomo, era devoto, sensibile e intuitivo; come politico, sapeva bene che il ritor­no del papato a Roma costituiva ormai un'esigenza improrogabile.

Brigida si rallegrò della sua elezione a papa, anche perché l'aveva conosciuto di persona quando era car­dinale: si era infatti rivolta a lui per far recapitare a Urbano V la lettera con cui gli annunciava una rapi­da morte se fosse tornato ad Avignone.

Fiduciosa che Gregorio XI avrebbe riportato il pa­pato a Roma, già nel gennaio 1371, pochi giorni do­po la sua elezione a pontefice, Brigida gli inviò la ri­velazione ispiratale per lui dalla Vergine Maria; a re­capitarla fu il suo devoto amico Latino Orsini.
Ecco il testo della lettera: Io sono colei che ha generato il figlio di Dio. Do­po averti affidato alcune parole che dovevano essere comunicate a papa Urbano V, ora di nuovo ti dico al­cune parole da trasmettere a papa Gregorio XI. Ma affinché queste parole siano meglio comprese, voglio fare un paragone: una madre amorevole vede il suo amatissimo bambino giacere nudo e tremante di fred­do sul pavimento e si accorge che il piccino non ha la forza per alzarsi e piange miserevolmente per il de­siderio delle carezze e del latte materno. Allora la ma­dre si commuove e piena d'amore per il suo bambi­no corre rapida verso di lui, lo solleva, lo accoglie fra le sue braccia, lo riscalda col calore del suo seno ma­terno e lo nutre dolcemente col suo latte. Allo stesso modo io, madre di misericordia, voglio comportarmi con papa Gregorio XI, se tornerà in Italia e a Roma con l'intenzione di rimanervi e se avrà la ferma vo­lontà di porre rimedio alla miseria delle pecorelle a lui affidate e se si dedicherà con umiltà e amore a ri­portare la Chiesa ad una nuova condizione.

Allora io, madre veramente amorevole, lo solleverò da terra co­me un bambino nudo e tremante di freddo, cioè libererò lui e il suo cuore da ogni desiderio e attacca­mento terreno contrario a Dio, e lo riscalderò col ca­lore materno dell'amore che è nel mio petto. Lo nu­trirò poi col mio latte, cioè con la mia preghiera... Ec­co, io gli ho rivelato il mio amore materno, quello che gli dimostrerò se ubbidisce; poiché è volontà di Dio che egli riporti umilmente la sua sede a Roma. Affin­ché però il papa, nel caso che non obbedisca, voglia scusarsi col motivo dell'insicurezza, annunciagli con materno amore che cosa ne conseguirà: dovrà subire l'ira di Dio, mio figlio, la sua vita sarà abbreviata e sarà chiamato davanti al tribunale di Dio. Allora nes­suna potenza terrena potrà aiutarlo. Anche la sapienza e la scienza dei medici non potrà giovargli e neppu­re l'aria del suo paese natale gli sarà benefica per al­lungare la sua vita anche di poco...

A quanto risulta, papa Gregorio XI fu molto col­pito da questa rivelazione, che certamente contribuì a farlo orientare sempre più verso il progetto di la­sciare Avignone. Brigida aveva fatto quanto poteva per indurre il pontefice a riportare la sede papale a Ro­ma. Ora non restava che attendere. Intanto però era venuto il tempo di riprendere il bastone del viandan­te e affrontare il più lungo, impegnativo e agognato dei suoi pellegrinaggi: quello in Terra Santa.


CAPITOLO IX - IN TERRA SANTA

Il pellegrinaggio nella terra di Gesù era stato già più volte preannunciato alla veggente: la prima volta ad Alvastra, mentre assisteva il marito ammalato, la se­conda volta a Roma, subito dopo l'anno giubilare 1350, nell'abitazione romana. In quell'occasione le era apparsa la Vergine che le aveva detto: «Andrai pel­legrina nella città santa di Gerusalemme, quando pia­cerà a mio figlio. Andrai allora anche a Betlemme. Là ti spiegherò dettagliatamente come ho generato mio figlio Gesù Cristo, poiché egli così ha voluto».

Erano passati più di vent'anni da allora e dallo spo­so celeste non era arrivata nessuna indicazione sul viaggio in Terra Santa. Il 25 maggio 1371 Brigida pe­rò ne udì la voce: «Preparatevi ad andare pellegrini a Gerusalemme per visitare la mia tomba e altri luoghi sacri che si trovano là. Appena ve lo dirò, lasciate Roma».

Brigida si spaventò, temendo di non riuscire a fare quanto il Signore le chiedeva: non era più giovane, si sentiva debole e ammalata, aveva mezzi economici li­mitati. Ma una nuova rivelazione dissipò i suoi dub­bi e le fece superare ogni preoccupazione:
Partite adesso da Roma e andate a Gerusalemme. Perché temi per la tua età? lo sono il creatore della natura. lo posso rendere la natura debole o forte, co­sì come mi piace. lo sarò con voi, raddrizzerò il vo­stro cammino, vi guiderò e vi ricondurrò a Roma. Vi provvederò anche dei mezzi necessari più abbondan­temente di quanto abbiate avuto finora.

Brigida fece i preparativi. Con lei si mettevano in viaggio tre dei suoi figli: oltre a Caterina, c'erano an­che Karl e Birger, venuti appositamente dalla Svezia per accompagnarla. Poi i due Petrus, il vescovo Al­fonso e due cappellani svedesi. La partenza avvenne il 25 novembre 1371. In precedenza, come testimo­niò Caterina, era stato comunicato alla santa che sa­rebbero ritornati tutti tranne uno.
La prima meta fu Napoli, dove Brigida e il suo se­guito furono accolti con grandi onori dalla regina Giovanna. Qui trascorsero il Natale, in attesa del ven­to favorevole per prendere il mare. A fine febbraio peraltro Karl si ammalò, forse di cuore, e il 12 mar­zo 1372 morì. La regina pianse il suo cavaliere e par­tecipò con tutta la corte alle solenni esequie nella chie­sa di Santa Croce.

Le testimonianze di Caterina e del vescovo Alfon­so ci permettono di conoscere quale fu l'atteggia­mento di Brigida: «Mentre la regina e molti piangevano, lei non pianse mai, ma raccomandava l'anima del figlio a Dio», raccontò la figlia'. E Alfonso:
Ella sedeva a otto, dieci passi dal figlio, e quando lui rese l'anima a Dio non disse nulla né pianse, ma alzate le mani benedisse e ringraziò il Signore, con­formandosi umilmente alla volontà divina. Non pianse neppure al solenne funerale, come piansero la re­gina ed altri, ma disse: «Vai, figlio mio, pellegrino be­nedetto da Dio e da me» (Vade, fili mi, peregrine be­nedicte a Deo et a me). E poiché molti mormorava­no e la criticavano, lei rispose: «Non m'importa che dicano male di me, poiché faccio la volontà di Dio» (Ego non curo, quid dicunt malum de me, dum tamen ego faciam voluntatem Dei). Il giorno stesso delle esequie di Karl, il 14 marzo, la nave dei pellegrini salpò da Napoli e in cinque gior­ni, dopo una tempestosa traversata, giunse a Messi­na.

Ripartiti dopo una settimana, Brigida e i suoi ac­compagnatori giunsero a Cipro il 14 aprile. Il viag­gio, come raccontò in seguito il vescovo Alfonso, non fu esente da pericoli e sia i marinai sia i passeggeri era­no spaventati. Brigida però restava «paziente e sere­na» e alzava le mani al cielo ringraziando Dio. E poi­ché le chiedevano come mai lo ringraziasse, lei rispo­se che lo ringraziava perché permetteva che avessero quelle tribolazioni. A Cipro i pellegrini fecero una sosta di due setti-. mane. Appena giunta nell'isola, Brigida prese contat­to con la regina Eleonora, figlia di Pietro d'Aragona e vedova di Pietro 1 di Lusignano, che era stato assassinato nel 1368 dai suoi cugini. La situazione politica era molto inquieta, anche a causa dei veneziani e dei genovesi che con i loro commerci avevano molto po­tere ed erano oggetto di timore e sfiducia. A quanto sembra, Eleonora aveva in animo di tornare in Spagna. Ella conosceva la fama di Brigida: l'accolse quindi con onore e le confidò le sue preoccupazioni.

Brigida prese a cuore le vicende del regno di Cipro e, in seguito a una rivelazione del suo celeste sposo, consigliò alla regina di non lasciare l'isola, di non ri­sposarsi, di non cercare di vendicare l'assassinio di suo marito ma di restare accanto a suo figlio Pietro, che di lì a poco sarebbe stato incoronato re (di ritorno dal­la Terra Santa Brigida fu presente all'incoronazione), e di consigliarlo per il meglio. Da Gesù ricevette an­che una rivelazione destinata al giovane sovrano, nel­la quale si legge: È un grande impegno essere re; è un grande ono­re, ma anche una preoccupante responsabilità. Per questo è opportuno che il re sia un uomo maturo, esperto, prudente, giusto e laborioso, più attento al bene dei suoi sudditi che all'imposizione della propria volontà. Per questo fin dai tempi più antichi i regni venivano governati bene se veniva scelto un sovrano capace di governare con giustizia e desideroso di far­lo.

Adesso però i regni non sono più regni, ma gio­chi da bambini, oggetto di follia e di rapina. Guai al regno il cui re è un bambino che conduce una vita sciocca, si circonda di adulatori e non si preoccupa del progresso della comunità. Dato però che questo fanciullo non porta in sé l'ingiustizia di suo padre, se vuole progredire e tenere alto l'onore del suo nome deve ubbidire alle parole che gli rivolgo per il bene di Cipro: non deve imitare lo stile di vita dei suoi pre­decessori, deve abbandonare la leggerezza dell'ado­lescenza, deve comportarsi da vero sovrano e scegliere consiglieri che amino più la sua anima e il suo onore che i suoi doni; deve odiare gli adulatori e non aver paura di dire la verità e di seguirla. Altrimenti questo giovane non avrà gioia dal suo popolo e il suo popo­lo non avrà gioia da questo giovane destinato ad es­sere re.

Appena le condizioni del mare lo consentirono, Bri­gida e il suo seguito si rimisero in viaggio per la Ter­ra Santa; al gruppo dei pellegrini si unì il confessore della regina Eleonora, il francescano Martino d'Ara­gona, che fin dall'arrivo della santa a Cipro le aveva dimostrato grande venerazione. La traversata fu bur­rascosa e la maggior parte dei bagagli andò perduta. Particolarmente difficile fu l'ultimo tratto: quando erano ormai in vista di Gerusalemme, la nave fu sul punto di naufragare. Ma Brigida tranquillizzò tutti con queste parole: «Non temete, perché in questo naufragio nessuno di questa nave morirà». E così fu.

Finalmente i pellegrini poterono baciare il suolo della terra di Gesù. Sbarcati a Giaffa all'inizio di mag­gio, il 13 dello stesso mese Brigida e i suoi accompa­gnatori arrivarono a Gerusalemme e presero alloggio all'albergo dei Pellegrini. Il programma della santa prevedeva la visita ai luoghi dove Gesù era nato, era stato battezzato ed era morto e risorto. Gesù stesso , l'aveva sollecitata a non fare di più e a conservare le forze per i compiti futuri: «A causa della vostra debolezza è sufficiente per voi visitare i luoghi più vici­ni... Quando tornerete dal Giordano preparatevi al ri­torno perché vi sono ancora molte cose da inviare ai pontefici». Il programma si concentrò quindi su Ge­rusalemme, Betlemme e il Giordano.

Complessivamente Brigida rimase in Terra Santa quattro mesi. La prima visita fu alla cappella costrui­ta sul Golgota proprio nel punto in cui era stata eret­ta la croce, e fu qui che si presentò la grande visione della passione e morte di Gesù. Brigida aveva avuto fin da bambina un infinito amore e una grande vene­razione per il Salvatore crocifisso e ogni venerdì, in memoria della passione, digiunava a pane e acqua. La visita alla cappella del Golgota avvenne appunto di ve­nerdì: Brigida si inginocchiò, baciò devotamente la borchia collocata sul punto in cui era stata infissa la croce, pregò a lungo e pianse. Ed ecco che ebbe la vi­sione che subito dopo trascrisse in questi termini: Mentre ero sul monte Calvario e piangevo amara­mente, vidi il mio Signore nudo e flagellato, condotto dai giudei alla crocifissione e da loro attentamente sor­vegliato. Vidi anche un'apertura scavata nel monte e intorno a questa i carnefici intenti alla loro terribile opera.

Il Signore però si rivolse a me e disse: «Osser­va, in questa apertura nella roccia fu piantata la mia croce nell'ora della mia passione». Subito vidi i giudei conficcare la croce nel terreno e fissarla con piccoli pez­zi di legno incastrati tutto intorno affinché fosse ben salda e non cadesse. Quando la croce fu solidamente sistemata, costruirono una sorta di scala di legno che arrivava fino al punto in cui dovevano essere inchio­dati i suoi piedi, in modo che per mezzo dei gradini sia lui che i suoi carnefici potessero salirvi per la crocifis­sione. Poi i carnefici salirono e con insulti e derisioni fecero salire anche Gesù. Egli salì mansueto come un agnello che si fa condurre al macello. Quando fu sul­la scala, stese spontaneamente il braccio, aprì la mano destra e la pose sulla croce. E quei crudeli tormentatori lo inchiodarono alla croce, piantando il chiodo dove l'osso è più solido. Poi, tirandolo con una corda, al- zarono il braccio sinistro e inchiodarono la mano alla croce allo stesso modo. Poi il corpo di Gesù fu disteso sulla croce, i carnefici posero una tibia sopra l'altra e inchiodarono i piedi così uniti con due chiodi, stiran­do tutte le membra con tale violenza che le vene e i ner­vi furono sul punto di spezzarsi.

Poi gli rimisero in ca­po la corona di spine che gli avevano tolto durante la crocifissione e la premettero forte sul santo capo. La corona produsse tali ferite che subito gli occhi si riempirono di sangue che colò giù copiosamente. An­che le orecchie si riempirono di sangue e tutto il viso e la barba si colorarono di sangue scarlatto.

Subito dopo i carnefici e i soldati allontanarono le scale; rimase soltanto la croce alla quale era crocifis­so il mio Signore.
Mentre io, sopraffatta dal dolore, meditavo sulla crudeltà dei carnefici, vidi la madre di Gesù acco­vacciata a terra, straziata dalla sofferenza, tremante e quasi fuori dai sensi. Giovanni e le donne, che stava­no alla sua destra non lontano dalla croce, la confor­tavano. La pena per la sofferenza della santissima ma­dre mi trafisse il cuore come una affilatissima spada. Poi la madre dolorosa finalmente si alzò, sollevò lo sguardo verso suo figlio e rimase lì, sostenuta dalle donne, fuori di sé per l'orrore e quasi morta. Quan­do il figlio vide piangere lei e gli altri amici, la rac­comandò con voce autorevole a Giovanni. Dalla sua espressione e dalla sua voce si capiva che il suo cuo­re era trafitto come da una freccia acuminata dall'in­finita compassione per sua madre.

I suoi cari e bellissimi occhi erano quasi spenti, la bocca aperta e sanguinante, il volto pallido e maci­lento, il corpo livido per la mancanza di sangue. Le pelle del suo santissimo corpo era così sottile e deli­cata che ogni minimo colpo vi lasciava un segno. Di tanto in tanto Gesù faceva il tentativo di raddrizzar­si sulla croce, perché la sofferenza che provava era in­sopportabile. Talvolta il dolore saliva dalle sue mem­bra e dalle sue vene fino al cuore, tormentandolo cru­delmente. Era una morte prolungata con disumana crudeltà. Allora, sopraffatto dal dolore e ormai vici­no a morire, gridò con voce forte: «O Padre, perché mi hai abbandonato?».

Ora aveva le labbra pallide, la lingua piena di san­gue, il corpo esangue. Nell'angoscia dell'estrema sof­ferenza gridò per la seconda volta: «O Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!». Poi alzò un poco la testa, ma subito la reclinò e rese lo spirito. Quando la madre di Gesù vide ciò, tremò in tut­to il corpo e sarebbe caduta a terra per l'indicibile sofferenza se non fosse stata sostenuta dalle altre donne.

Ora però i giudei cominciarono a schernirla e a gri­darle ogni tipo di insulto. Gli uni dicevano: «Maria, tuo figlio è già morto!». Altri le rivolgevano parole di derisione. Ed ecco che un uomo si staccò dalla turba e con una lancia colpì Gesù sul lato destro con tanta violenza che quasi gli trapassò il corpo da parte a par­te. E quando ritrasse la lancia dalla ferita, ne uscì una grande quantità di sangue.

Quando Maria vide ciò, prese a tremare violente­mente piangendo e singhiozzando: un'altra spada af­filata le aveva trapassato l'anima. Quando tutti se ne furono andati, alcuni amici di Gesù lo deposero dalla croce e la madre lo accolse tra le sue sante braccia e lo strinse al seno. Il corpo di suo figlio era un'unica ferita, pallido e sanguinante. Allo­ra la madre dolorosa asciugò tutto il corpo e le feri- te di Gesù, gli chiuse gli occhi, glieli baciò e avvolse il corpo in un sudario pulito.
Poi con lamenti e lacrime condussero il corpo di Gesù alla tomba e ve lo deposero".

La visione fu trascritta da Brigida appena fu rien­trata all'albergo dei Pellegrini e subito data ai sacer­doti perché la traducessero in latino. Betlemme dista appena nove chilometri da Gerusa­lemme e il tragitto poteva essere percorso a piedi in me­no di due ore. Sulla grotta della Natività l'imperatore Costantino aveva fatto erigere una chiesa e Brigida si concentrò in preghiera proprio dove Gesù aveva visto la luce ed era stato deposto nella mangiatoia. Ed ecco che si realizzò la promessa che la Vergine le aveva fat­to anni prima, cioè di mostrarle come avesse dato la lu­ce al suo divin figlio`. Brigida ebbe infatti una visione, che in seguito trascrisse in questi termini: Quando ero nella grotta del Signore a Betlemme, vidi una vergine vestita di un mantello bianco e di un abito leggero attraverso il quale io vedevo distinta­mente la sua carne virginale. Il suo corpo era pieno e molto forte, perché era in procinto di partorire. Presso di lei si trovava un uomo più anziano (Giu­seppe). Avevano con loro un bue e un asino. Quan­do furono entrati nella grotta, l'uomo più anziano le­gò il bue e l'asino alla mangiatoia. Poi uscì e portò al­la Vergine una candela accesa, la fissò alla parete e poi si allontanò per non essere presente al parto.

Ora la Vergine si sfilò le scarpe, si tolse il mantel­lo bianco e il velo che le copriva il capo, ripose questi due capi vicino a sé e rimase vestita solo dell'abi­to (tunica). I bellissimi capelli erano sciolti sulle spal­le e brillavano come oro. Poi prese due teli finissimi di lino e due di lana che aveva portato con sé per av­volgere il bambino che stava per nascere e anche al­tri due piccoli teli di lino per avvolgergli la testa. Po­se anche questi accanto a sé per usarli quando sareb­be venuto il tempo.

Quando tutto fu pronto, si inginocchiò con gran­de devozione e pregò. Appoggiava le spalle alla man­giatoia e teneva il volto rivolto verso il cielo di Orien­te. Pregando con le mani tese verso l'alto e gli occhi rivolti al cielo, entrò in estasi e fu alienata nei sensi e pervasa di divina dolcezza. Io vidi allora che il bam­bino che si trovava nel suo grembo cominciava a muo­versi. Ed ecco che in un attimo ella partorì suo figlio, dal quale emanava una luce che non si può descrive­re, non paragonabile a quella del sole e men che me­no a quella della candela accesa dall'uomo anziano, che al suo confronto addirittura scompariva. Il parto avvenne in modo così rapido e improvvi­so che io non potei né osservare né distinguere esat­tamente in che maniera e con quale parte del corpo ella partorì. Piuttosto vidi subito quel bellissimo bam­bino nudo, che giaceva purissimo a terra. La sua pel­le era perfettamente pulita. Vidi la placenta giacere a terra pura e tersa. Udii anche un canto angelico di meravigliosa bellezza e grande dolcezza. E subito il corpo della Vergine, che prima della nascita era gon­fio, divenne di nuovo sottile e di meravigliosa bel­lezza. Quando la Vergine si rese conto di aver partorito, piegò il capo, giunse le mani in atteggiamento di de­vozione e rispetto, pregò commossa davanti al Bam­bino e gli disse: «Benvenuto, mio Dio, mio Signore, mio figlio!».

Ed ecco che il bambino pianse e cominciò a tremare per il freddo e la durezza del suolo su cui giaceva. Si distese un poco, tese le piccole braccia e le gambe e cercò le carezze e la protezione della mamma. Lei lo prese fra le braccia, lo strinse al seno e lo scaldò con grande gioia e materno amore. Poi si sedette per ter­ra, si pose il figlioletto in grembo e prese con delica­tezza fra le dita il cordone ombelicale che subito si spezzò senza che ne uscisse sangue o altro liquido. Su­bito dopo cominciò a fasciare il bambino. Prima lo av­volse nei teli di lino, sopra a questi pose quelli di la­na; coprì quindi la testolina con le due piccole pezze di lino che aveva preparato.

Quando tutto fu finito, l'uomo, san Giuseppe, en­trò, si gettò a terra, rimase in ginocchio e pregò e pianse di gioia davanti al bambino. La beata Vergine non si indebolì durante il parto, come avviene a tutte le altre donne. La sua forza fi­sica rimase intatta e il suo corpo riprese subito la for­ma che aveva prima del concepimento.

Ora Maria si alzò con il bambino tra le braccia ed entrambi, cioè la madre e Giuseppe, posero il bambi­no nella mangiatoia, si inginocchiarono e pregarono. In seguito, Brigida ebbe dalla Vergine altri partico­lari sulla nascita di Gesù: Quando fui sola nella stalla e pregavo in ginocchio, partorii mio figlio con tanta gioia e felicità dell'ani­ma che non sentii alcun dolore e alcuna pena allor­ché egli lasciò il mio grembo. Lo avvolsi subito in te­li puliti che già da tempo avevo preparato. Quando Giuseppe vide quello che era accaduto ne fu felice e si stupì che io non avessi avuto bisogno di alcun aiu­to. Dato che la maggioranza delle persone a Betlem­me erano occupate col censimento, non prestarono attenzione alla meravigliosa nascita divina. Tu però devi sapere che quanto ti ho detto è assoluta verità, anche se la gente che ragiona con mente umana osa pensare che mio figlio sia nato alla maniera in cui tut­ti nascono.

Dopo Gerusalemme e Betlemme, Brigida raggiun­se con i suoi compagni il fiume Giordano e con gran­de commozione visitò il luogo in cui Gesù aveva in­contrato Giovanni ed era stato battezzato. Sulla via del ritorno si soffermò a Betania per pregare sulla tomba di Lazzaro.
Nell'ultimo periodo a Gerusalemme, nell'estate del 1372, Brigida fu colpita da quei disturbi che un anno dopo, aggravandosi, l'avrebbero portata alla morte: stanchezza, febbre insistente e dolori di stomaco. Il che tuttavia non le impedì di portare a termine il suo programma di pellegrinaggi. L'8 settembre, giorno in cui si festeggia la nascita di Maria, Brigida ne visitò la tomba al Getsemani ed ebbe una visione in cui la Vergine le rivelò:
Dopo che mio figlio fu salito in cielo, io vissi an­cora quindici anni nel mondo. Poi rimasi quindici giorni in questa tomba, trascorsi i quali fui accolta in cielo con infinito onore e gioia. Gli abiti con i quali ero stata sepolta rimasero nella tomba. Sappi che a parte il corpo trasfigurato di mio figlio e il mio, in cie­lo non c'è alcun corpo umano.

A Gerusalemme, con ogni probabilità, Brigida per­corse molte volte la Via Dolorosa e tornò ripetuta­mente alla cappella del Calvario. I quattro mesi in Ter­ra Santa costituirono per lei un periodo di grandissima gioia ed edificazione spirituale e passarono in un lampo. Quando, all'inizio di ottobre, venne il tempo del ritorno, i pellegrini si recarono a Giaffa e prese­ro di nuovo il mare. L'8 dello stesso mese, dopo una buona e veloce traversata, sbarcarono a Cipro.


CAPITOLO X - IL RITORNO ALLA GERUSALEMME CELESTE

Pochi giorni dopo il suo arrivo a Cipro, il 12 otto­bre, Brigida partecipò a Famagosta alla cerimonia di incoronazione a re di Cipro e Gerusalemme del figlio di Eleonora d'Aragona, Pietro II di Lusignano, detto Pietrino. I festeggiamenti furono funestati da un san­guinoso scontro fra i ciprioti e l'ambasceria di Geno­va, che si era offesa per la precedenza accordata ai ve­neziani. La contesa fu momentaneamente sedata, pe­rò le cose non finirono lì: un anno dopo i genovesi per vendicarsi tornarono a Cipro con una flotta e si impadronirono dell'isola. La regina Eleonora, con­trariamente a quanto Brigida le aveva consigliato, tor­nò in Aragona e il giovane re morì ad appena venti­sei anni senza lasciare eredi. L'isola visse alterne vi­cende, finché nel XVI secolo finì in mano ai turchi.

Dopo l'incoronazione del giovane re, Brigida ripartì con il suo seguito alla volta di Napoli. Il ritorno in Ita­lia riportò con prepotenza alla sua attenzione ciò di cui maggiormente si preoccupava, cioè la lontananza dei papi da Roma. Gregorio XI, eletto nel 1370, era infatti ancora ad Avignone e benché ancor prima del­la sua elezione si fosse espresso a favore del ritorno del papato a Roma, non si era ancora deciso a com­piere questo passo. Più volte l'aveva ammonito anche Caterina da Siena, ma inutilmente. A Napoli Brigida ebbe una visione in cui Cristo le disse:
«Presta attenzione, figlia mia, e sappi che questo pa­pa Gregorio è simile a un paralitico che non può muo­vere le mani per lavorare e le gambe per camminare; poiché come la malattia della paralisi deriva dal san­gue, da umori infetti e dal gelo, così la passione sfre­nata del suo sangue e il gelo dei suoi sentimenti per me trattengono questo papa ad Avignone. Tu però de­vi sapere che con l'aiuto delle preghiere di mia ma­dre egli comincia già a muovere mani e piedi per ve­nire a Roma, in esaudimento della mia volontà e in mio onore. Sappi quindi con assoluta certezza che questo papa verrà a Roma dove si avvierà sulla stra­da del bene, ma non vi farà molti progressi».

Rispose Brigida: «O mio Signore, la regina di Na­poli e molti altri mi dicono che è impossibile che que­sto papa venga a Roma, perché il re di Francia, i car­dinali e molte altre persone pongono ostacoli sulla sua via». In effetti è storicamente dimostrato che il papa non aveva alcun desiderio di tornare in Italia, a causa del­le continue guerre e dell'incessante ostilità dei Vi­sconti. La risposta di Cristo alle osservazioni di Bri­gida fu questa: «Io voglio ricondurre il papa a Roma. A te però non è concesso di sapere se lo vedrai op­pure no».

Brigida non inviò questo messaggio al papa, ma at­traverso il vescovo Alfonso, che si recò appositamen­te ad Avignone, gliene fece pervenire un altro in cui scriveva tra le altre cose:
Vieni dunque a Roma, non esitare! E non venire con l'abituale sfarzo e lusso, ma con umiltà e caldo amore. E quando sarai arrivato a Roma, estirpa tutti i peccati dalla tua corte. Guardati dai consigli dei tuoi amici mondani e segui quelli spirituali dei miei ami­ci. Non esitare, vieni e comincia a rinnovare la mia Chiesa, che ha bisogno di essere riportata alla sua pri­mitiva, santa condizione... Figlio mio Gregorio, io ti sollecito ancora una volta, torna a me con umiltà e segui il consiglio del tuo Creatore e Padre.

Sempre attraverso il vescovo Alfonso, Brigida fece in seguito pervenire al papa anche un altro messag­gio del Signore:
Il papa deve prestare attenzione soltanto a me e ve­nire a Roma, anche se tutti gli sconsigliano di farlo e oppongono resistenza. Egli deve avere fiducia in me! Io l'aiuterò e nessuno dovrà prevalere su di lui. Poi­ché il papa esita a tornare a Roma per stabilire la pa­ce e rinnovare la mia Chiesa, io voglio che egli ven­ga il prossimo autunno e che sappia che nulla mi è più gradito del suo ritorno in Italia.

Come è noto, il papa non ubbidì e tornò a Roma solo quattro anni più tardi, nel 1377.
Nel corso del soggiorno a Napoli Brigida ebbe mo­do di rivedere in più occasioni la regina Giovanna, che la ospitò nella sua residenza di Aversa offrendo­le la possibilità di riprendersi un poco dai disagi del lungo viaggio in Terra Santa. Nonostante la burra­scosa relazione con suo figlio Karl, che Brigida non aveva certo potuto approvare, tra le due donne il dia­logo era sempre rimasto aperto e l'amicizia non era mai venuta meno. Giovanna nutriva per la santa un'ammirazione sconfinata, che dimostrò anche quando fu chiamata a testimoniare al processo di ca­nonizzazione.

Nel febbraio del 1373 Brigida era di nuovo a Ro­ma, stanca e ammalata, ma sempre coraggiosa e com­battiva. Per l'ultima volta Brigida visitò le chiese ro­mane dove tante volte aveva pregato. L'accompagna­vano in queste devote peregrinazioni la figlia Cateri­na, oppure il vescovo Alfonso o il confessore Petrus. La santa volle anche incontrare in quel periodo alcu­ni amici romani, tra cui Latino Orsini.

Ma stanchezza e debolezza ebbero il sopravvento e gradualmente Brigida smise di uscire dalla casa di Campo dei Fiori. Rimase nella sua stanza, dove veni­va celebrata anche la messa. Come apprendiamo dal­le Rivelazioni, i suoi ultimi giorni furono molto tor­mentati da dubbi e tentazioni di ogni genere. Ma la Vergine la rassicurò: «Se ti vengono alla mente pen­sieri impuri e non riesci a cacciarli, il tuo sforzo sarà comunque premiato poiché le tentazioni si presenta­no contro la tua volontà».

Sei giorni prima della morte, quando i medici pen­savano che si sarebbe ripresa, la Vergine le disse an­cora:
Cosa dicono i medici? Dicono forse che non mo­rirai? In verità, figlia mia, essi non comprendono co­s'è la morte. Muore infatti colui che si separa da Dio, insiste nel,peccato e non se ne libera attraverso la con­fessione. E morto anche colui che non crede in Dio e non ama il suo Creatore. Vive e non muore colui che teme Dio, si purifica dai suoi peccati attraverso frequenti confessioni e desidera raggiungere Dio. Da­to però che il Signore può rovesciare l'ordine della natura e mantenerti in vita, sappi che nei medicamenti non vi è salvezza né vita. Per questo non è necessario che tu ora ti affidi ai medici; infatti poco tempo ri­chiede poco nutrimento.

Il giorno successivo Brigida fu gratificata da una vi­sione di Gesù, che con volto sorridente le disse:
Io mi sono comportato con te come uno sposo che si nasconde alla sposa affinché ella più intensamente lo desideri. Così in questo tempo non ti ho visitato portandoti consolazione, poiché era il tempo della tua prova. Poiché tu però hai superato questa prova, vie­ni dunque e preparati poiché è venuto il tempo che si realizzi ciò che ti ho promesso: davanti al mio al­tare devi essere vestita e consacrata, e d'ora in avan­ti non sarai soltanto la mia sposa, ma anche monaca e madre a Vadstena. Sappi però che tu deporrai il tuo corpo qui a Roma, ma esso in seguito giungerà nel luogo che gli è stato preparato. Poi Gesù le disse ancora: «Il quinto giorno all'alba, quando avrai ricevuto i sacramenti, chiama presso di te le persone, una dopo l'altra, e di' loro cosa do­vranno fare. Così attraverso di loro raggiungerai il tuo monastero e il tuo corpo riposerà a Vadstena».

Brigida si preparò a morire. Negli ultimi cinque giorni che le restavano fu totalmente raccolta in Dio. Al processo la figlia Caterina così testimoniò a que­sto proposito:
In quei cinque giorni la signora Brigida non volle assumere più alcun cibo terreno, soltanto un poco d'acqua per pulirsi la bocca. Non volle più che le si cambiasse la biancheria del letto e non volle più par­lare con nessuno, a meno che non fosse assolutamente necessario; neppure volle più udire parole di conso­lazione, in ricordo delle sofferenze di nostro Signor Gesù Cristo. A mezzanotte del quinto giorno, l'ultimo della sua vita, Brigida fece chiamare i figli Caterina e Birger e i membri della sua famiglia spirituale (erano presenti tutti, meno il vescovo Alfonso che si trovava ancora ad Avignone) e parlò a ognuno. A Caterina disse: «Pa­zienza e silenzio!».

All'alba Petrus di Alvastra celebrò la messa e Brigi­da chiese di essere posta su quel duro tavolo di legno sul quale per tanti anni aveva scritto le divine rivela­zioni". Poi rivolse gli occhi al cielo, mormorò le pa­role che Gesù aveva pronunciato prima di morire: «Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito», ed esa­lò l'ultimo respiro".

Negli Atti del processo di canonizzazione si legge: La signora Brigida nella sua ultima volontà aveva disposto che dopo la sua morte il suo corpo fosse sep­pellito nel cimitero di San Lorenzo in Panisperna del­1'Urbe, e per evitare ogni superbia e inutile gloria ave­va chiesto che la sepoltura avvenisse di notte, per sfuggire il concorso delle genti e la moltitudine delle persone. Questo desiderio non poté però essere realizzato perché la notizia della morte della santa si diffuse im­mediatamente in tutta la città e una gran folla di de­voti ed estimatori volle partecipare alle esequie, che si svolsero il 27 luglio. Roma, che non sempre era sta­ta accogliente con Brigida, le rivolse uno straordina­rio omaggio spontaneo.

Come fa notare il senatore Giulio Andreotti nella relazione tenuta in occasione delle celebrazioni per il sesto centenario della cano­nizzazione della santa (Roma, 3-7 ottobre 1991), non sempre il rapporto di Brigida con Roma fu sere­no, non mancarono momenti in cui la sua passione morale indispettì il popolo per lo scomodo richiamo a una vita più severa. Le cronache però ci dicono che tutta Roma si commosse profondamente quando el­la morì, al punto che per il grande concorso popola­re per due giorni non fu possibile trasportare la sal­ma al convento delle clarisse, luogo della temporanea sepoltura.

Il corpo, composto in una bara di legno racchiusa a sua volta in un antico sarcofago romano di marmo, fu deposto con grandi onori nella chiesa prescelta. Tuttora in San Lorenzo in Panisperna si trova la cap­pella di Santa Brigida, di fronte a quella di Crispino e Crispiniano in cui si venera un antico crocifisso di legno davanti al quale la santa si soffermava spesso in preghiera e veniva rapita in estasi.

La permanenza del corpo di Brigida a Roma dove­va però essere solo temporanea: conformemente alla richiesta di Gesù, Brigida aveva chiesto ai figli, ai due Petrus e agli altri sacerdoti svedesi che facevano par­te del suo seguito di portare le sue spoglie a Vadste­na non appena fosse stato possibile. La partenza av­venne il 2 dicembre 1373, dopo il ritorno da Avi­gnone del vescovo Alfonso: la cassa contenente le re­liquie di Brigida fu caricata su un cavallo e il corteo di accompagnatori, anch'essi a cavallo, si avviò per la via Flaminia verso Montefalco, la città di santa Chia­ra. Qui ebbe luogo la seduta preliminare, voluta e presieduta dal vescovo di Spoleto, del processo di ca­nonizzazione. Furono raccolte le prime testimonian­ze scritte, in particolare la Vita dei due Petrus.

Da Montefalco il vescovo Alfonso tornò a Roma, mentre gli altri proseguirono per Ancona, passando per il passo del Furlo. Da Ancona una nave li portò a Trieste. Ci fu poi il lungo attraversamento dell'Austria e della Polonia fino a Danzica, dove i ghiacci impe­dirono a lungo la partenza.

Finalmente le condizioni del mare consentirono di salpare, così che il 29 giugno 1374 la nave che tra­sportava le reliquie della santa toccò la terra svede­se, accolta da una gran folla di devoti, tra cui Nils Hermansson, che era stato il precettore dei figli di Brigida e il suo primo insegnante di latino. Prima tap­pa svedese fu Linköping, nel cui duomo il feretro del­la santa rimase esposto con grandi onori per alcuni giorni.

Il 4 luglio 1374, a poco meno di un anno di di­stanza dalla morte, le reliquie di Brigida arrivarono a Vadstena e furono provvisoriamente collocate in una cappella lignea sulle mura di cinta, in attesa che fos­se terminata la chiesa, a quel tempo in fase di costruzione. Durante tutto il viaggio la gente era accorsa nu­merosa a dare il benvenuto alla principessa svedese che tornava a casa. Si realizzavano così le parole del Signore, che ave­va annunciato a Brigida che sarebbe stata monaca a Vadstena.


CAPITOLO XI - IL PROCESSO DI CANONIZZAZIONE

Brigida di Svezia fu canonizzata molto presto, ap­pena diciotto anni dopo la morte. E del resto già in vita godeva fama di santità. A promuovere la causa la­vorarono intensamente la figlia Caterina, i sacerdoti che le erano stati vicini e addirittura sovrani, in par­ticolare Alberto I di Svezia e Giovanna di Napoli. Già nel novembre del 1375 papa Gregorio XI, che risie­deva ancora ad Avignone, avviò ufficialmente con la bolla Saepe a multis accepimus l'indagine sulla vita, la fama e i miracoli di Brigida.

Una volta raccolto il materiale, soprattutto a Ro­ma, Napoli e Vadstena, Caterina lo consegnò a Gre­gorio XI, che nel frattempo era tornato a Roma, in­sieme al testo latino delle Rivelazioni curato dal ve­scovo Alfonso. All'inizio del 1377 presso la Curia ro­mana fu aperto il processo di canonizzazione. Gre­gorio XI morì nel marzo di quello stesso anno; il suo successore Urbano VI, grande ammiratore di Brigida, lavorò al processo ma non riuscì a concluderlo in tem­pi brevi a causa dello scisma di Occidente. Nel 1380 Caterina, perdute le speranze di assiste­re personalmente alla canonizzazione della madre, tornò in Svezia, dove morì santamente il 24 marzo 1381. Nei dieci anni successivi morirono altri testi­moni importanti della vita di Brigida: il vescovo Al­fonso (1388), Pietro di Alvastra (1390) e il figlio Bir­ger (1391).

Finalmente con Bonifacio IX, successore di Urba­no VI, si arrivò alla cerimonia di canonizzazione, che si svolse solennemente in San Pietro a Roma il 7 ot­tobre 1391: si trattò della prima avvenuta in quella basilica. Il giorno in cui si festeggia la santa svedese è quel­lo della morte, il 23 luglio, che segna la sua nascita all'eternità. La si ricorda anche il 7 ottobre, giorno della canonizzazione, e il 28 maggio, giorno della tra­slazione delle reliquie in Svezia.

I miracoli attribuiti a Brigida sono numerosi. Da­gli Atti del processo di canonizzazione ricaviamo la descrizione di due tra i tanti avvenuti subito dopo la sua morte. Il primo, risalente al 1374, è questo:
Un carpentiere era a letto da un anno con la tibia rotta (conquassata et lesa). Egli promise a Brigida di donare due vacche al monastero di Vadstena se fosse stato risanato, ma non guarì. Allora promise a Brigi­da di offrire un'immagine di cera a forma di tibia se fosse guarito, ma non avvenne nulla. Allora promise che avrebbe visitato personalmente le reliquie di Bri­gida al monastero e lavorato gratis per un anno. Ed ecco che nel sonno gli apparve Brigida che gli chiese: «Vuoi tu adempiere al voto e lavorare nel mio mo­nastero?». E lui: «Lo voglio con tutto il cuore». E lei: «E io voglio risanarti». Al che l'uomo istantaneamente guarì.

Ed ecco il secondo:
Nel 1376 una donna di nome Alfarana, moglie del siniscalco di Carlo di Durazzo, restava incinta ma il bambino moriva nel suo utero. Ella fece allora voto alla beata Brigida di inviare al suo sepolcro a Roma un'immagine d'argento a forma di bambino se aves­se ottenuto da Dio che la creatura che aveva in seno fosse nata viva e potesse essere battezzata. Poi si mi­se al collo le reliquie di Brigida e le portò con devo­zione fino al parto. Partorì un bimbo maschio vivo e sano, e mandò il marito a Roma a portare l'immagi­ne promessa.

In un testo settecentesco scritto da padre Gugliel­mo Burlamacchi troviamo la descrizione di numero­si altri miracoli, oltre un centinaio, avvenuti tutti po­chissimo tempo dopo la morte della santa e attribui­ti alla sua intercessione.
Ne riportiamo alcuni:
Otto pescatori, con un putto di nove anni, viag­giando nel maggior rigor dell'inverno sopra il vastis­simo lago Weter vicino al monastero Vasteno, allora quando era tutto congelato, furono dalla Santa libe­rati dalla morte imminente, poiché spezzandosi, co­me è solito, con grandissimo strepito il ghiaccio, e di­videndosi in mille parti, si trovarono i poverini con gran loro spavento sopra un pezzo di quel ghiaccio isolati, con pericolo di momento in momento di spro­fondarsi; già vedevano perduta ogni speranza di sa­lute, e ripercossi dall'agitazione delle onde, che suol essere con modo indicibile violentissima, altro non aspettavano che la morte; quando alzando gl'occhi verso la Chiesa della Santa, che da lontano appariva, si raccomandavano in un sì grave periglio alla sua pro­tezione, invocando con alte voci il suo glorioso no­me, e promettendole con vere lacrime di voler per l'avvenire emendare la loro vita e confessarsi e co­municarsi nella sua Chiesa; ed ecco che in un mo­mento que' pezzi di ghiaccio divisi si riuniscono tra loro, e benché fosse il vento contrario, con tutto ciò in modo maraviglioso rassodandosi, diedero loro il passaggio libero alla riva.

Ma quell'inesperto giovi­netto, essendosi fermato un poco per prendere le sue bisaccie, e quelle di alcuni compagni, non fu a tem­po a seguire coloro, onde di bel nuovo divisi que' pez­zi di ghiaccio, cadde il meschinello nel profondo del lago; e quivi si vide un altro più insigne miracolo, poi­ché quelli ch'erano in salvo, prostrati a terra, invo­cando di nuovo Santa Brigida, e raddoppiando le pre­ghiere per la salute di quell'innocente, videro con lo­ro grandissimo stupore esser da mano invisibile tol­to dall'acque; ed a poco a poco condotto sano e sal­vo su'1 lido con inesplicabile allegrezza de' circostan­ti; non mancando poco dopo di portarsi a render gra­zie alla Santa per un sì segnalato beneficio'.

Al ghiaccio, assai comune in Svezia per lunghi me­si, sono legati molti altri miracoli attribuiti a santa Bri­gida, per esempio questo: Un fanciullo di dieci anni, essendo andato a pescare con alcuni suoi compagni nelle isole del mare di Sve­zia, si trattenne per qualche tempo su'1 ghiaccio fra­gile e già vicino a dileguarsi, senza conoscere il peri­colo; poiché mentre gl'altri fuggivano per essersi ac­corti che, per la forza del vento stava per rompersi quella parte del mare agghiacciato, egli rimase solo so­pra un pezzo di ghiaccio trasportato dalla corrente as­sai lontano dal lido; in un sì evidente pericolo co­minciò a gridare ad alta voce:
«O Santa Brigida aiu­tami»; fra tanto rinforzando il vento spezzò in minu­tissime parti ancor quel poco di ghiaccio sopra il qua­le stava il misero giovinetto; ma o prodigio veramente grande! Benché stesse con i piedi sopra Tacque, non per questo si affondava, ma vi si reggeva immobile co­me sopra una pietra, avendogli tramutato la Santa questo liquido elemento in saldissimo cristallo; es­sendo stato in questo modo più di sei ore, comparve una barchetta di pescatore, dal quale fu condotto sa­no e salvo sul lido, non cessando di render grazie al­la sua Santa liberatrice.

Altri miracoli riguardano la navigazione e i pericoli delle tempeste, come quello che segue:
Alcuni cittadini di Lincopia, dopo aver visitati i Santuari dell'Aquisgrano, si posero in mare per ri­tornare in patria; ed ecco che, nel più bello della na­vigazione sopragiunti da una terribile tempesta, si vi­dero a pericolo di vita, poiché caduto un fulmine dal Cielo sopra la cima dell'albero della nave, vi attaccò il fuoco, e non fu mai possibile con tutte le loro in­dustrie di estinguerlo; non era tanto il timore delle onde che riempivano il vascello, quanto quello del fuoco che minacciava di incenerirlo; si affaticarono per molte ore a smorzare la fiamma vorace, che or­mai aveva consumate quasi tutte l'antenne, ma in va­no; per lo che non trovando altro scampo, ricorsero tutti con vero cuore a Santa Brigida, facendo voto di pellegrinare fino a Vastena per riverire il suo bene­detto Corpo; appena fatto il voto videro come da una mano distaccato dal legno quel vivo fuoco, e gettato lungi nel mare, con sì grande allegrezza di tutti, che non potevano trattenere le lacrime ad un sì manife­sto miracolo; terminata poi felicemente la navigazio­ne, non tardarono ad eseguire le loro promesse, ce­lebrando da per tutto le glorie di sì gran Santa.

Numerosi altri miracoli riguardano la salvezza dai briganti, evidentemente assai numerosi a quel tempo, l'aiuto nel momento del parto, in occasione di altre infermità di varia natura e nei diversi pericoli della vi­ta e la liberazione dai demoni. Non mancano i soc­corsi di tipo spirituale, come quello offerto al nipote Karl:
Vivendo con gran libertà secolaresca il principe Karl, nipote di Brigida, figlio di Karl suo primogeni­to, gli comparve una notte la Santa con un orologio a polvere nelle mani, del quale n'era già buona parte trascorso, e gli disse: «Vedi Karl, quanto poco resta di quest'orologio? Tanto tempo appunto, e non più, ti resta da vivere; perciò apparecchiati alla morte vi­cina. Se tu fossi stato obbediente a Dio ed a' tuoi mag­giori, non solo saresti campato più lungamente d'o­gni altro della nostra stirpe. Ma ancora saresti stato eletto arcivescovo di Lincopia, e divenuto una gran­de colonna della Chiesa». Spaventato per queste parole, il giovinetto pregò la Santa che volesse interce­dergli dal Signore ancora un poco di tempo, che le prometteva di emendarsi intieramente e vivere in pe­nitenza. Soggiunse Brigida: «No figliuolo; già la sen­tenza è data, ed il tempo è passato, preparati». Dette queste parole, disparve la Santa e poco dopo infer­matosi, Karl passò a miglior vita, avendo prima rice­vuti i Sacramenti con istraordinaria pietà e divozio­ne. E fu sepolto a Vastena.

Brigida non aveva potuto veder realizzato il suo più grande desiderio: il ritorno del papa a Roma. In una famosa profezia Brigida aveva però descritto la nuo­va sede del papa, il Vaticano, dove si sarebbe con­centrato il governo della Chiesa. E non si può fare a meno di stupirsi constatando fino a che punto la de­scrizione coincida con l'attuale Città del Vaticano:
Vidi Roma dal palazzo del papa vicino alla chiesa di San Pietro fino alla fortezza di Sant'Angelo; e dal­la fortezza fino alla chiesa dello Spirito Santo e fino alla chiesa di San Pietro, come se fosse una pianura e circondata da un solidissimo muro, e diverse abita­zioni si trovavano all'interno di quel muro. Poi udii una voce che diceva: «Quel papa che ama la sua spo­sa (la Chiesa) con lo stesso amore mio e dei miei ami­ci, possiederà questo luogo con i suoi collaboratori, affinché possa riunire con maggior libertà e pace i suoi consiglieri».

Dopo il Concordato del 1929 questa profezia fu mostrata a Pio XI, il papa della conciliazione, che ne rimase commosso e compiaciuto.


CAPITOLO XII - EREDITA LETTERARIA E SPIRITUALE DI BRIGIDA

Brigida era stata occasionalmente gratificata da al­cune visioni fin dalla prima infanzia; fu tuttavia du­rante gli anni trascorsi ad Alvastra dopo la morte del marito che visioni e rivelazioni divennero più fre­quenti. Inizialmente Brigida non osò dar credito a quanto appariva al suo occhio interiore e a quanto le sue orecchie udivano durante l'estasi, temendo anzi che potesse trattarsi di una tentazione del demonio. Si rivolse allora al suo consigliere spirituale, maestro Matthias, teologo di fama, che dopo un attento esa­me dei testi la confortò e rassicurò.

Ma a far svanire ogni dubbio di Brigida furono le parole di grande potenza, bellezza e forza di persua­sione che il Signore le fece udire quando si trovava ancora ad Alvastra e che nell'edizione definitiva apro­no il primo libro delle Rivelazioni:
Io sono il Creatore del cielo e della terra, uno in divinità con il Padre e lo Spirito Santo. Io sono colui che parlò ai,patriarchi e ai profeti e colui che essi at­tendevano. E per esaudire i loro desideri, secondo la mia promessa, che ho assunto carne umana senza pec­cato né concupiscenza, entrando nel ventre della Ver­gine allo stesso modo in cui un sole risplendente pas­sa attraverso un vetro puro e trasparente. E come il sole, attraversando il vetro, non lo offende, così la verginità di Maria non fu né lesa né offesa quando io presi da lei la mia umanità. Ora devi sapere che io ho assunto l'umanità in modo da non rinunciare alla mia divinità. E sebbene fossi nel ventre della Vergine con umanità, ero ugualmente in comunione di divinità col Padre e lo Spirito Santo; e come lo splendore non si separa mai dal fuoco, così la mia divinità non si è mai separata dall'umanità, neppure nella morte...

E poi un appello personale e insieme un'investitura: E tu, figlia mia, che ho scelto per me e alla quale io parlo, amami con tutto il tuo cuore, non come un figlio o una figlia, o come i genitori amano i loro fi­gli, ma più di tutto ciò che esiste al mondo; perché io, che vi ho creato, amo talmente la vostra anima che preferirei essere crocifisso un'altra volta, se fosse pos­sibile, piuttosto che privarmene.

Dopo i comprensibili dubbi e le esitazioni del pe­riodo iniziale, Brigida fu sempre saldissima nel suo con­vincimento di essere stata scelta dal Signore per far co­noscere agli uomini certe verità. La certezza della sua missione le derivava dalla voce che le parlava dentro e le diceva: «Io sono il tuo Dio che vuole parlare con te».

La visione di Dio di Brigida derivava da esperien­za diretta: Dio per lei non era un concetto astratto, ma un vissuto quotidiano. Consapevole del dono di­vino che possedeva, Brigida così cercò di descriverlo: «Dolcissimo Dio, è meraviglioso ciò che operi in me; quando a te piace, fai calare sul mio corpo un sonno spirituale e rendi l'anima capace di vedere e udire le cose dello spirito».

Di conseguenza la futura santa agì come docile stru­mento delle divina provvidenza e poté rivolgere sen­za timore i suoi ammonimenti, spesso assai duri e se­veri, a personaggi influenti e allo stesso papa. Il che, come fa notare padre Graziano di Santa Teresa in un pregevole studio dedicato all'azione politica delle san­te medievali, in particolare Brigida di Svezia e Cate­rina da Siena, «meraviglia fortemente in donne d'al­tronde tanto deferenti verso qualsiasi autorità, reli­giosa e civile, tanto soggette ai loro direttori spirituali e di profondissima umiltà nella loro vita e condotta ordinaria»4. La deposizione al processo del vescovo Alfonso ci informa infatti che Brigida dimostrò sempre la mas­sima obbedienza verso i suoi padri spirituali, al pun­to da «mortificare la propria volontà perché ogni co­sa che faceva era sottomessa al consenso del predet­to padre spirituale».

La figlia Caterina testimoniò la stessa cosa. Perché una persona così umile e rispettosa potesse inviare al papa e ai sovrani messaggi tanto severi e talora addi­rittura offensivi, era indispensabile che fosse convin­ta della loro origine divina e della loro conseguente necessità storica. Convincimenti che in Brigida non vennero mai meno.

Poiché le rivelazioni che Brigida riceveva non era­no destinate soltanto a lei, ma anche ad altri, si pre­sentò subito la necessità di trascriverle. Brigida prese così l'abitudine di mettere subito per iscritto quanto aveva udito: le parole del Signore, della Vergine e dei santi si imprimevano infatti con estrema precisione nella sua mente, così che, al risveglio dall'estasi, po­teva trascrivere ogni parola velocemente e con sicu­rezza. Dopo che i testi erano stati fissati sulla carta, Brigida perdeva il ricordo esatto della successione ver­bale e non conservava altro che la memoria dell'ar­gomento che era stato oggetto della rivelazione. Co­me sappiamo, Brigida scriveva in svedese e i testi ve­nivano poi tradotti in latino da Petrus di Alvastra, aiu­tato di frequente da Petrus di Skànninge. In seguito fu il vescovo Alfonso, il devoto amico degli ultimi an­ni, a svolgere il lavoro redazionale vero e proprio, suddividendo le rivelazioni in otto libri, senza peral­tro seguire un ordine logico o cronologico preciso.

La redazione definitiva delle rivelazioni fu curata nel secolo successivo dai monaci di Vadstena e stam­pata nel 1492 a Lubecca per incarico del monastero in ottocento esemplari su carta e sedici su pergame­na: l'invenzione della stampa ad opera di Giovanni Gutenberg risaliva a pochi decenni prima (1455). I contenuti degli otto libri delle Revelationes pos­sono essere così descritti:
Libri I e II: rivelazioni ricevute in Svezia
Libro III: moniti al clero e ai vescovi per la loro vita e il loro ufficio
Libro IV: rivelazioni ricevute a Roma e per Roma
Libro V: libro delle domande
Libro VI: visioni su temi vari
Libro VII: visioni ricevute in Terra Santa
Libro VIII: ammonimenti avuti da Gesù Cristo per principi e regnanti Alle Revelationes vanno aggiunte le Revelationes ex­travagantes (ossia «supplementari», non accolte nei testi canonici), che contengono notizie biografiche e anche in­dicazioni e consigli per le monache e i monaci di Vadstena.

Le opere di santa Brigida comprendono inoltre la Regola dell'ordine del Santissimo Salvatore, in tren­tuno capitoli, che la santa dettò a Petrus di Alvastra. Come abbiamo visto, per ottenere l'approvazione del­la Santa Sede si resero necessarie alcune modifiche di contenuto e aggiustamenti linguistici. C'è poi il Sermo angelicus, tradotto in latino da Pe­trus di Skànninge: ventuno letture liturgiche, tre per ogni giorno della settimana, che Brigida ricevette da un angelo durante il primo periodo del suo soggior­no romano, quando abitava nella casa del cardinale adiacente alla chiesa di San Lorenzo in Damaso, e che descrivono la storia della salvezza, dalla nascita di Ma­ria fino alla sua glorificazione.

Nella sua Deposicio copiosissima il maestro Petrus testimonia a questo proposito:
Ogni giorno la signora Brigida, dopo aver devota­mente recitato le sue preghiere, si preparava nella sua camera, la cui finestra consentiva la vista dell'altar maggiore della chiesa, con carta e penna in mano e aspettava l'angelo, finché egli veniva. E l'angelo si po­neva in piedi accanto a lei, col volto sempre rivolto verso l'altare dove si trovava il corpo di Cristo, e det­tava chiaramente e ordinatamente le citate lezioni nel­la lingua materna della signora Brigida e lei con gran­de devozione scriveva tutto ciò che usciva dalla boc­ca dell'angelo. Qualche volta capitava che l'angelo non venisse e interrogata dal suo padre spirituale ella ri­spondeva con grande umiltà: «Oggi non ho scritto nul­la, perché ho atteso l'angelo di Dio affinché mi det­tasse, ma lui non è venuto». Ciò durò oltre un anno; non ogni giorno, ma di tanto in tanto l'angelo veniva da Brigida, che lo vedeva con gli occhi corporali. Vanno citate infine le Preghiere di Santa Brigida: quattro preghiere lunghe, due rivolte a Gesù e due al­la Vergine, e quindici preghiere più brevi, che Brigi­da ricevette nel 1346 ad Alvastra, dedicate alla soffe­renza del Redentore. Per tutta la vita Brigida le reci­tò quotidianamente.

Brigida attribuì sempre ogni suo scritto a Gesù e al­la Vergine. Indipendentemente dalla fonte, sulla qua­le la critica letteraria non può né vuole esprimere al­cun giudizio, l'opera che porta la sua firma, in parti­colare le Rivelazioni, è molto apprezzata. Quanto la santa sia stimata anche come scrittrice è chiaramente espresso dal professor E.N. Tigerstedt, docente di let­teratura all'università di Stoccolma, che scrive: «Bri­gida è una delle figure più possenti e singolari della nostra letteratura, uno dei grandi scrittori svedesi».

Le Rivelazioni di santa Brigida sono peraltro state sottoposte a molte valutazioni teologiche. Il primo teologo che se ne occupò fu il maestro Matthias, che con la sua fama di teologo e uomo di cultura conferì loro autorità e legittimità: «Io Matthias, canonico di Linkòping, partecipo a tutti gli uomini con questo scritto la verità divina che ho udito confessando un'a­mica di Dio». In seguito, quando Brigida viveva ancora in Svezia, le analizzò l'arcivescovo Birger di Uppsala e a Roma soprattutto il vescovo Alfonso di Jaén. Tutti furono d'accordo nel riconoscerne l'ispirazione divina. Nel corso del processo di canonizzazione, papa Gregorio XI fece accuratamente valutare le Rivelazioni da tre cardinali e vari teologi, che giunsero alla medesima conclusione. Nel 1379 infine Urbano VI istituì un'altra commissione di cardinali e teologi, che ugualmente trovò le rivelazioni veritiere e ispirate da Dio, quindi adatte a essere diffuse, ed espresse pubblicamente e uf­ficialmente tale risultato.

Questa dichiarazione suscitò in molti il desiderio di conoscerle, e fu così che importanti personalità poli­tiche e religiose inviarono appositamente messi a Ro­ma per procurarsele; tra questi anche il re di Boemia, Carlo V di Francia e le regine di Napoli, Cipro e Ca­stiglia. Le Rivelazioni furono quindi ricopiate molte volte. La canonizzazione di Brigida, avvenuta il 7 ot­tobre 1391, ne accrebbe ulteriormente la fama.

Nonostante l'approvazione di papi e teologi e il pa­rere positivo dei padri consiliari di Costanza (1415) e di un'ulteriore commissione creata nel 1455 dal con­cilio di Basilea della quale faceva parte anche il famoso cardinale Giovanni Torquemada, non sono mancati gli oppositori, a giudizio dei quali alle Rivelazioni dove­va essere attribuito valore esclusivamente umano. Al­tri supposero addirittura che i due Petrus e il vesco­vo Alfonso avessero ampliato, modificato e abbellito i testi, o addirittura se li fossero inventati. Certamente coloro che posero mano alle Rivela­zioni, le tradussero in latino e ne curarono l'edizione definitiva hanno apportato qualche contributo per­sonale. Ma è giusto ipotizzare che si sia trattato di un contributo formale, e non sostanziale, sia per il ri­spetto nei confronti di Brigida e per il prezioso ma­teriale che veniva loro affidato, sia perché Brigida aveva una conoscenza del latino sufficiente per con­trollare testo e traduzione.

Con riferimento al contributo umano alle Rivela­zioni, Gesù stesso disse a Brigida:
Io sono come un falegname che taglia pezzi di le­gno nel bosco, li porta a casa e ne ricava una bella scultura, che orna di colori e figure di contorno. Quando i suoi amici vedono che la scultura potreb­be essere ornata di colori ancora più belli, vi sovrap­pongono i loro colori e aggiungono altre pitture. Co­sì io, Dio, ho tratto le mie parole dal bosco della mia divinità e le ho poste nel tuo cuore. 1 miei amici poi, in forza della virtù che è stata loro data, hanno riunito queste parole in libri e le hanno dipinte e ornate.

Il contributo umano non è negato, ma spiegato e collocato in corretta luce. L'origine di ciò che viene visto e udito durante le estasi ha sempre suscitato discussioni e problemi: non soltanto nel caso di Brigida di Svezia ma anche di tan­ti altri mistici e santi che furono gratificati da visioni e audizioni. Con riferimento a Brigida, coloro che le vissero accanto ritennero le sue Rivelazioni di origi­ne soprannaturale, e dello stesso avviso sono ancor oggi numerosi studiosi e devoti.

Le Rivelazioni di santa Brigida sono anche un'ope­ra di grande afflato poetico: in mille modi viene espresso l'amore sconfinato della santa per il Cristo, la Vergine e il mistero della Trinità. Per rendersene conto basta leggere le espressioni dedicate alla Vergi­ne Maria, paragonata per esempio a un arcobaleno:
Io sono la Vergine che dall'alto assiste il mondo in continua preghiera, allo stesso modo in cui dalle nu­vole l'arcobaleno tende verso la terra e sembra toc­carla. L'arcobaleno sono io, che attraverso la pre­ghiera mi chino verso gli abitanti della terra, buoni o cattivi che siano. Mi chino verso i buoni affinché sia­no saldi e costanti in ciò che la Chiesa comanda lo­ro, e verso i cattivi affinché non progrediscano nella loro cattiveria.

Ed ecco le parole con le quali la Madre di Dio spie­ga a Brigida come mai fu scelta dal Signore:
Un uomo, cercando delle pietre, trovò la calamita e la custodì fra i suoi tesori perché essa conduce le navi in porto. Così mio Figlio, cercando fra le sue pie­tre che sono i santi, scelse me come Madre affinché attraverso di me gli uomini fossero condotti al porto della salvezza e nell'oasi del cielo. Come la calamita, con una dolce attrazione, richiama a sé il ferro, così io attiro a Dio i più duri di cuore...

La Vergine è paragonata anche a un fiore dal qua­le le api succhiano dolcezza: Io somiglio a un fiore dal quale le api colgono dol­cezza; e sebbene esse ne prendano molta, la mia dol­cezza non finisce mai; infatti io sono in grado di pro­digare grazie a tutti, avendone sempre in sovrabbon­danza. 1 miei eletti sono come le api, che con tutta la devozione di cui sono capaci sono attenti a qualsiasi cosa minacci il mio onore, e come le api lavorano con cura e attenzione....

Maria è paragonata infine a un giardiniere: Sono come un giardiniere di questo mondo, che quando vede soffiare il vento impetuoso che dan­neggia le piante e gli arboscelli, si reca subito in giar­dino e li lega e li sorregge con pali e sostegni, pren­dendo ogni precauzione affinché non si rovinino, non si rompano e non si sradichino. Ebbene, io faccio la stessa cosa: essendo Madre di misericordia nel giar­dino di questo mondo, quando vedo che si alzano i venti delle tentazioni mi rivolgo subito a Dio, mio Fi­glio, con le preghiere implorandolo affinché siano so­stenuti e protetti dai venti impetuosi delle tentazioni...

Chi disprezza l'aiuto di mio figlio e il mio, si lascia portare via dal vento delle tentazioni.
Come si può constatare, l'uso di paragoni e alle­gorie è assai frequente e risponde a una necessità, co­me fu spiegato a Brigida: Ciò che vedi, non si rivela a te così com'è; infatti se tu vedessi la bellezza spirituale degli angeli e delle anime sante, il tuo corpo non potrebbe sopportarlo e per la gioia che la tua anima proverebbe a tale vi­sta si spezzerebbe come un vaso lesionato e fragile. E se tu vedessi i demoni come realmente sono, o vivre­sti con grande tormento oppure improvvisamente moriresti a causa di tale orribile vista. Per questo mo­tivo le cose spirituali si mostrano a te con veste ma­teriale e ti vengono illustrate con parabole, altrimen­ti la tua anima non potrebbe afferrarle. Ma la cosa più meravigliosa è che tu senti il mio spirito muoversi nel tuo cuore.

Scopo delle Rivelazioni e dell'intera missione di santa Brigida è il rinnovamento della Chiesa, che ella amò moltissimo e che non intese riformare: volle soltanto ripristinarne il volto legittimo sfigurato da­gli uomini. Brigida non criticava le leggi vigenti, de­nunciava il fatto che non fossero osservate, e mostra­va la Chiesa qual era al suo tempo, triste e tenebro­sa, e quale avrebbe dovuto essere, luminosa e pura. Non si limitava a condannare, ma indicava la via per il ritorno alla primitiva purezza.

È la Vergine stessa a rivelare a Brigida il triplice pro­filo della Chiesa alla luce del ministero di tre aposto­li: Giovanni, Pietro e Paolo. In Giovanni splendono l'obbedienza e la dolcezza che Brigida deve far sue: «Abbassati alle cose umili e avrai le sublimi. Lascia la tua propria volontà se vuoi essere piccola. Disprezza le cose terrene e sarai una creatura celeste. Disprezza le cose superflue ed avrai abbondanza spirituale».

Pietro è animato dalla fede: «In Pietro brilla la fe­de della Santa Chiesa. E come Pietro rimase stabile fi­no alla fine, così rimarrà stabile fino alla fine la fede della Chiesa». E ancora: «Cerca pertanto la santa fe­de nella Chiesa di san Pietro; una volta che l'hai cer­cata conservala nella tua memoria e portala alla per­fezione nelle tue opere».

In Paolo infine si trova la pazienza per vivere la cari­tà di Cristo e soffrire per lui: «Con la pazienza di Paolo si accende la carità di Dio nei cuori, gli animi si infiam­mano per compiere cose grandi, l'uomo diventa umile, mite, misericordioso, fervente verso le cose celesti, sol­lecito di sé, perseverante nelle iniziative intraprese».
Obbediente Giovanni, fermo nella fede Pietro, amorosamente paziente Paolo: queste tre grandi vir­tù devono animare la Chiesa e i suoi fedeli. Forte delle sue rivelazioni, la santa svedese solleci­tava gli ecclesiastici a non trascurare i loro doveri, ad abbandonare mondanità e sfarzo, concubinato e si­monia, e ricordava ai monaci l'osservanza delle rego­le dei fondatori. Brigida era ben conscia dei mali della Chiesa e nel­la già riportata lettera al vescovo di Orvieto` ne de­scrive il miserando stato. Nel primo libro delle Rive­lazioni, al capitolo XLI, compendia le colpe del pa­pato. Anche questo messaggio è stato riportato in un precedente capitolo. Brigida fustiga i papi per abuso di potere e mancanza di adesione ai loro doveri, pe­rò difende il papato come istituzione e come ideale.

Con riferimento ai vescovi, mette in bocca a san­t'Ambrogio, che le appare a Milano, prima tappa del viaggio in Italia, una severa critica a Giovanni Vi­sconti, arcivescovo e signore temporale di Milano, usando ancora una volta un'allegoria, quella delle die­ci ore. Eccola:
C'era un uomo che aveva una brava e buona mo­glie, ma le preferiva la domestica. Da ciò derivarono tre cose: le parole e il sorriso della domestica lo ral­legravano più della moglie; donò alla domestica i ve­stiti più belli non curandosi che la moglie andasse ve­stita umilmente di stoffa ordinaria, macchiata e strap­pata; passava con la domestica nove ore su dieci, men­tre ne dedicava una soltanto alla moglie. Delle nove ore, occupava la prima a guardare la ragazza ralle­grandosi della sua bellezza. Nella seconda ora dor­miva fra le sue braccia. Nella terza lavorava lietamente per lei. Nella quarta si riposava accanto a lei. Nella quinta si dava da fare per procurarle tutto quello che le era necessario. Nella sesta era lieto perché ella si dimostrava riconoscente. Nella settima si accendeva di desiderio e nell'ottava lo soddisfaceva. Nella nona tralasciava di fare alcune cose che avrebbe dovuto fa­re. Nella decima faceva quello che non aveva voglia di fare, cioè si dedicava alla moglie. Ma un giorno si presentò a lui uno dei parenti della moglie e gli dis­se severamente: «Ritorna alla tua legittima consorte, amala, vestila decentemente e passa nove ore con lei e soltanto una con la ragazza; se così non farai, af­fronterai una morte tremenda».

Il significato è chiaro: il vescovo è consacrato alla Chiesa, così come il marito lo è alla legittima sposa. E come l'uomo dell'allegoria ha trascurato la moglie per dedicarsi alla ragazza, così il vescovo trascura la Chiesa per dedicarsi alle cose mondane.
Brigida rivolse a Giovanni Visconti appelli molto eloquenti, che tuttavia non ebbero effetto, per cui le fu spiegato che quel vescovo era «come una testuggi­ne, sulla cui dura corazza i colpi rimbalzano; egli è contento di vivere nel fango e di andarsene in giro con la testa rivolta verso il suolo, e non desidera altro che continuare a vivere nel peccato».

Brigida ebbe grandissima stima del ruolo del sa­cerdote, che amministra i due sacramenti più impor­tanti, la confessione e la comunione; ruolo che può continuare a svolgere, purché regolarmente ordinato, anche se indegno: «E io dico che i preti sono veri pre­ti e consacrano il corpo di Gesù Cristo anche se so­no carichi di peccati; essi trattano veramente Dio sul­l'altare e amministrano gli altri sacramenti anche se, a causa dei loro peccati, sono indegni davanti a Dio della gloria celeste».

La vita dissoluta di certi sacerdoti la induce tutta­via a dire: «È più caro a Dio che costoro non dicano messa, piuttosto che tocchino il corpo di Dio con le loro mani meretrici».
Brigida non volle distruggere, ma purificare e rin­novare. Il risultato della sua lunga e intrepida missione non fu sempre positivo, non sempre i suoi moniti fu­rono ascoltati. Ma molto opportunamente scrive Gra­ziano Maioli nello studio sopra citato:
Anche persone non prevenute contro Brigida, an­zi stimandola per la sua santa vita, non sempre furo­no docili agli avvisi e agli ammonimenti dati da lei, così da poter concludere che in parte la sua missione fallì; ma gli insuccessi, comuni d'altronde al profeti­smo vecchio-testamentario e all'annuncio evangelico, indicano solo che all'offerta di rinnovamento da par­te di Dio corrisponde spesso la neghittosità e l'insof­ferenza dell'uomo. È allora che la tempra dell'araldo di Dio manifesta la sua resistenza inflessibile. Infatti anche Brigida non venne mai meno al suo compito di intermediaria fra il cielo e la terra fino all'ultimo re­spiro.

Scopo ultimo dell'opera di Brigida a favore del rin­novamento della Chiesa, della moralizzazione dei co­stumi, del miglioramento dei rapporti fra le nazioni e fra i sovrani e il loro popolo, fu in ultima analisi l'e­levazione del livello spirituale della società e del sin­golo individuo. Il secolo XIV nel quale Brigida visse fu denso di difficoltà sociali e politiche: la guerra dei cent'anni, le innumerevoli contrapposizioni tra i prin­cipi laici ed ecclesiastici, la peste nera e il papato avignonese, con tutte le conseguenze che questa situa­zione comportò. Brigida visse appieno il suo tempo, immersa nel mondo anche quando a Roma conduce­va vita praticamente monacale, e prese atto per espe­rienza diretta di tutto questo.

Si divideva fra espe­rienza ascetica ed estatica e fervida attività di denun­cia, ammonimento e stimolo nei confronti dei poten­ti del mondo. La sua opera letteraria è la perfetta te­stimonianza di tutto questo: grande afflato mistico e altrettanto grande coinvolgimento mondano, così che Brigida è compiutamente cittadina del cielo e della terra, realizzando al massimo livello la vocazione uma­na e spirituale del cristianesimo, per il quale la terra è il vivaio del cielo.


CAPITOLO XIII - IL LIBRO DELLE DOMANDE: LA TEOLOGIA DI SANTA BRIGIDA

Il V Libro delle Rivelazioni, detto Libro delle Do­mande, è molto particolare e completamente diverso dagli altri: è il testo propriamente teologico di santa Brigida. Esso è frutto di una lunga visione che la san­ta ebbe quando viveva ancora in Svezia e dal mona­stero di Alvastra, dove si era stabilita dopo la morte del marito, si stava recando a cavallo al castello di Vadstena che il re le aveva donato perché fosse la se­de dell'ordine del Santissimo Salvatore. Il vescovo spagnolo Alfonso Pecha de Vadaterra, autore della prefazione al libro, racconta che Brigida cadde improvvisamente in estasi e vide una lunga sca­la che partiva da terra e raggiungeva il cielo dove Cri­sto era seduto in trono come un giudice, circondato da angeli e santi, con la Vergine ai suoi piedi. Sulla sca­la c'era un monaco, una persona colta che Brigida co­nosceva ma che non viene nominata; costui si dimo­strava molto agitato e nervoso e gesticolando poneva ostinatamente domande a Cristo, che gli rispondeva con pazienza.

Le domande che il monaco pone al Signore sono quelle che probabilmente ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si pone sull'esistenza di Dio e il com­portamento umano, con ogni probabilità gli stessi in­terrogativi che Brigida stessa si era posta o si poneva. Il Libro delle Domande è quindi una sorta di manuale di fede cristiana per persone dalla fede non salda, un testo umanissimo e molto vicino all'anima di chiunque si interroghi seriamente e sinceramente sui grandi pro­blemi della vita, sulla fede e sul nostro destino ultimo.

Sappiamo che, giunta a Vadstena, Brigida fu destata dai suoi servitori; lei se ne dispiacque, perché avrebbe preferito restare nella dimensione spirituale nella quale si era trovata immersa. Tutto però era rimasto perfettamente impresso nella sua mente, per cui poté trascriverlo in pochissimo tempo. Nel monaco che si arrampica sulla scala molti hanno visto un simbolo dell'orgoglio intellettuale al quale comunque Gesù, con estrema comprensione e generosità, offre tutte le risposte.

Ecco come viene introdotta la trattazione:
Capitò una volta che Brigida andava a cavallo a Vad­stena essendo accompagnata da parecchi dei suoi ami­ci, che erano anch'essi a cavallo. E mentre cavalcava elevò lo spirito a Dio e subitamente fu rapita e come alienata dai sensi in maniera singolare, sospesa nella contemplazione. Vide allora come una scala fissata a terra, la cui sommità toccava il cielo; e nell'alto del cie­lo vedeva Nostro Signor Gesù Cristo seduto su un tro­no solenne e ammirevole, come un giudice giudican­te; ai suoi piedi era seduta la Vergine Maria e intorno al trono vi era una innumerevole compagnia di ange­li e una grande assemblea di santi.

A metà della scala vedeva un religioso che cono­sceva e che viveva ancora, conoscitore della teologia, fine e ingannatore, pieno di diabolica malizia, che dal­l'espressione del volto e dai modi mostrava di essere impaziente, più diavolo che religioso. Ella vedeva i pensieri e i sentimenti interiori del cuore di quel re­ligioso e come si esprimeva nei confronti di Gesù Cri­sto... E vedeva e udiva come Gesù Cristo giudice ri­spondeva dolcemente e onestamente a queste do­mande con brevità e saggezza e come ogni tanto No­stra Signora dicesse qualche parola a Brigida.

Ma quando la santa ebbe concepito nello spirito il contenuto di questo libro, avvenne che arrivò al ca­stello. 1 suoi amici fermarono il cavallo e cercarono di destarla dal suo rapimento ed ella fu dispiaciuta di essere stata privata di così grandi divine dolcezze.

Questo libro delle domande rimase impresso nel suo cuore e nella sua memoria come se fosse stato scolpito nel marmo. Ella lo scrisse subito nella sua lin­gua volgare, che il suo confessore tradusse in seguito in latino, così come aveva tradotto gli altri libri...
li Libro delle Domande contiene sedici interroga­zioni, ognuna delle quali è suddivisa in quattro, cin­que o sei domande, a ognuna delle quali Gesù ri­sponde dettagliatamente.
Per dare subito un'idea precisa della struttura e del contenuto del libro, riportiamo per intero la prima in­terrogazione che contiene cinque domande legate al­la nostra fisicità.

Prima interrogazione
1. O giudice, io ti interrogo. Tu mi hai donato la boc­ca: non debbo forse parlare di cose piacevoli?
2. Tu mi hai donato gli occhi: non devo vedere gli og­getti che mi dilettano?
3. Tu mi hai donato le orecchie: perché non dovrei ascoltare i suoni e le armonie che mi piacciono?
4. Tu mi hai donato le mani: perché non dovrei far­ne ciò che mi piace?
5. Tu mi hai donato i piedi: perché non dovrei anda­re dove mi conducono i miei desideri?

Risposte di Gesù Cristo
1. Il giudice, seduto su un trono sublime, con gesti molto dolci e molto onesti rispose: Amico mio, ti ho dato la bocca per parlare ragionevolmente del­le cose utili all'anima e al corpo, e delle cose che sono in mio onore.

2. Ti ho dato gli occhi affinché tu veda il male e lo eviti e affinché tu veda il bene e ad esso ti ispiri.

3. Ti ho dato le orecchie per ascoltare la verità e per udire ciò che è onesto.

4. Ti ho dato le mani affinché con esse tu faccia ciò che è necessario al corpo e che non nuoce all'anima.

5. Ti ho dati i piedi perché tu ti allontani dall'amore del mondo e ti avvicini al riposo eterno, all'amore della tua anima e a me, tuo Creatore.

Ma il monaco va ancora più a fondo, insistendo su­gli stessi temi: O giudice, ti domando perché mi hai dato i sensi corporali se non dobbiamo vivere in base ad essi. Per­ché ci hai donato la carne e altri sostentamenti cor­porali se non vuoi che li utilizziamo vivendo secon­do gli appetiti disordinati del corpo? Perché ci hai da­to il libero arbitrio se non possiamo seguire la nostra volontà?

E la risposta è questa:
Amico mio, ho donato all'uomo i sensi e l'intelli­genza per seguire le vie della vita e per fuggire le vie della morte.
Ho donato le carni e gli alimenti necessari al so­stentamento corporale perché vengano usate con mo­derazione e l'anima acquisti maggiore virtù, senza es­sere indebolita e oppressa dalla quantità eccessiva. Ho donato all'uomo il libero arbitrio perché rinunci alla propria volontà per amor mio, che sono il suo Dio, accrescendo così i propri meriti. Sempre collocato a metà della scala, il monaco ri­volge al Signore altre domande che si riferiscono an­cora alla condizione umana:
O giudice, perché devo ricercare la sapienza divi­na visto che possiedo la sapienza del mondo? Perché devo piangere, avendo in me in abbondanza la gloria e la gioia del mondo? Dimmi perché e come devo rallegrarmi nelle afflizioni corporali. Perché devo aver paura, possedendo forze molto grandi? Perché do­vrei ubbidire agli altri se dispongo della mia volontà? Ed ecco le risposte: Amico mio, colui che è giudice agli occhi del mon­do è cieco e folle davanti a me. Pertanto, per acqui­sire la mia divina saggezza, è necessario ricercarla di­ligentemente e umilmente.

Chi possiede gli onori del mondo e la sua gioia è spesso agitato da cure diverse e immerso in amarez­ze che conducono all'inferno. Pertanto, per evitare che si allontani dalla vista del cielo e che venga fuor­viato, è necessario che preghi e che pianga.

È assai utile rallegrarsi nell'afflizione e nell'infer­mità della carne, poiché la mia divina misericordia è vicina a chi patisce le sofferenze che rendono più bre­ve la via che conduce alla vita eterna.
Tutti coloro che sono forti, lo sono grazie alla mia forza, poiché io sono più forte di loro. Devono quin­di temere sempre che le loro forze siano loro sottratte.

Chi dispone del libero arbitrio deve temere e com­prendere che non vi è nulla che conduca più facilmente alla dannazione eterna che la propria volontà priva di una guida. Chi rinuncia alla propria volontà e la pone nelle mani mie, che sono il suo Dio, avrà il cielo senza pena alcuna.
E poi questa umanissima domanda: Perché permetti che il corpo soffra? La risposta è questa:
L'infermità affligge il corpo affinché l'uomo stia be­ne attento a conservare dentro di sé, attraverso la sof­ferenza e il controllo della carne, la moderazione spi­rituale e la pazienza, che è sovente messa in pericolo a causa del vizio dell'incontinenza e l'attaccamento al­le cose superflue. Il male, la sofferenza, la morte sono temi che ri­corrono ampiamente nelle domande del monaco, e del resto si tratta dei misteri più grandi e sentiti del­l'esistenza umana. All'interrogazione successiva tro­viamo infatti queste precise domande:
Perché la peste, la carestia e altri affanni affliggo­no il corpo? Perché la morte arriva quando meno ci si pensa, così che raramente la si può prevedere? E la risposta, paziente e condiscendente, del giudi­ce non tarda ad arrivare: È scritto nella legge che chi ruberà dovrà restitui­re più di quanto abbia rubato.

Fintanto che gli uomini ingrati ricevono i miei doni e ne abusano, non mi ren­dono affatto l'onore che mi è dovuto. E per questo che io permetto le pene del corpo, affinché l'anima sia salva nell'altro mondo. Talora io punisco l'uomo nelle cose che più ama, affinché colui che non mi ha voluto riconoscere nella gioia mi riconosca nella tri­stezza.

Mi chiedi anche perché la morte è improvvisa. Se l'uomo conoscesse il giorno della sua morte, mi ser­virebbe per paura e cadrebbe nella disperazione. Che l'uomo dunque mi serva per spirito d'amore, abbia sempre cura di sé e sia sicuro di me; è per questo che l'ora della morte è incerta, e ciò è giusto in quanto avendo l'uomo abbandonato il vero e il certo, era ne­cessario e giusto che fosse afflitto da ciò che era in­certo.

Il monaco ha ancora molte cose da chiedere al Si­gnore, per esempio queste: Perché non mostri la tua gloria agli uomini in que­sto mondo, affinché mentre vivono ti desiderino con maggior fervore? Perché gli angeli e i santi, che sono più nobili e più sublimi delle creature mortali, non so­no visti dagli uomini in questa vita? Essendo le pene dell'inferno orribili e incomparabili, perché non le mostri agli uomini in questa vita, così che possano evi­tarle?

Ed ecco la risposta:
La mia gloria è ineffabile e incomparabile in soa­vità e bontà. Se dunque la mia gloria fosse vista così com'è, i corpi dell'uomo corruttibile si disintegre­rebbero, così come lo furono i sensi di coloro che videro la mia gloria sulla montagna. Il loro corpo si di­struggerebbe anche a causa della troppo grande gioia dell'anima e non potrebbe più fare gli esercizi cor­porali. Quindi, poiché l'ingresso del cielo non è aper­to senza le opere dell'amore, la mia gloria è loro na­scosta per qualche tempo affinché, per il desiderio e la fede, possano in seguito vederla più abbondante­mente e più felicemente che mai. Perché non si vedono i santi nel luogo dove si tro­vano? Se i miei santi fossero visti e parlassero chia­ramente, riceverebbero l'onore dovuto; ma la fede perderebbe il suo merito e la debolezza della carne non potrebbe sopportare il loro splendore. Del resto la mia giustizia non vuole che una sì gran luce sia vi­sta da una così grande fragilità.

Tu chiedi ancora perché le pene dell'inferno non sono viste. Se le pene dell'inferno fossero viste così come sono, l'uomo si spaventerebbe e cercherebbe il cielo, non per spirito d'amore ma per timore. E poi­ché nessuno deve desiderare le gioie celesti per pau­ra delle pene, ma per la divina carità, io nascondo le pene dei dannati. Come i buoni e i santi non posso­no gustare questa gioia ineffabile prima della separa­zione dell'anima dal corpo, così i malvagi non pos­sono gustare le pene terribili prima della morte; ma essendo la loro anima separata dal corpo, essi speri­mentano le sofferenze attraverso i sentimenti che non hanno voluto capire nel loro spirito quando avreb­bero potuto farlo per mia grazia.

II monaco, sempre stando sulla sua scala, affronta poi questioni squisitamente spirituali relative alla Ver­gine e agli angeli, ponendosi il doloroso interrogati­vo suscitato dal raffronto tra la condizione angelica e quella umana:
O giudice, perché sei così ineguale nei tuoi doni e nelle tue grazie e hai prediletto e preferito la santa Vergine Maria su tutte le creature e l'hai esaltata al di sopra degli angeli? Perché hai donato agli angeli lo spirito senza la carne e li hai destinati alle gioie cele­sti? E perché hai donato all'uomo un vaso di terra e uno spirito e l'hai obbligato a vivere con fatica e pe­na e a morire con dolore?

La risposta del Signore è di grande solennità: Amico mio, io nella mia divinità conosco fin da tut­ta l'eternità tutte le cose future; quelle avvenute co­me quelle che devono avvenire, perché come la ca­duta dell'uomo è stata da me prevista, così la mia giu­stizia l'ha permessa; essa però non è stata predispo­sta da Dio, e neppure la divina prescienza poteva im­pedirla; allo stesso modo la mia misericordia ha pre­visto da tutta l'eternità la necessità della liberazione dell'uomo.

Tu domandi perché ho privilegiato al di sopra di tutte le altre la Madre di Dio e perché l'ho amata al di sopra e al di là di tutte le creature; ciò è avvenuto perché in lei è stato trovato un segno vero di virtù; infatti come il fuoco si accende rapidamente quando il legno è ben disposto, allo stesso modo il fuoco del mio amore si accese più ardentemente in mia Madre, essendo ella meglio disposta; perché quando l'amore divino, che è di per sé immutabile ed eterno, comin­ciò ad apparire e a bruciare allorché la mia divinità si incarnò, così non esisteva creatura più adatta e più capace di ricevere le fiamme del mio amore della San­ta Vergine, poiché nessuna aveva tanta carità quanta ne aveva lei; e sebbene il suo amore si fosse manife­stato alla fine dei tempi, non di meno ella era stata conosciuta da tutta l'eternità prima dell'inizio dei tempi, e di conseguenza predefinita da tutta l'eterni­tà nella divinità; infatti come nessuno le è stato uguale nell'amore, così ella non ha avuto eguali in grazia e benedizione.

Poi un'altra domanda rivolta direttamente a Gesù: Essendo stato concepito ed essendo nato senza pec­cato, perché hai voluto essere battezzato?

Risponde il Signore:
È necessario che colui che vuole aprire una nuova strada la inizi personalmente. In altri tempi era stata donata al popolo una via carnale, la circoncisione, in segno di obbedienza e purificazione, che sortiva l'ef­fetto di grazia futura e di promessa ai fedeli che ri­spettavano la legge, prima che venisse la verità pro­messa, cioè Gesù Cristo. Ma essendo arrivata la veri­tà e non essendo la legge che un'ombra, era stato sta­bilito da tutta l'eternità che la via antica si sarebbe ri­tirata, perché priva di effetto. Affinché dunque la ve­rità apparisse, l'ombra si ritirasse e si manifestasse la via più facile per arrivare al cielo, io che sono Dio e uomo per umiltà ho voluto essere battezzato per da­re l'esempio a molti e per aprire il cielo ai credenti e ai fedeli; e per dimostrarlo, dopo che fui battezzato, il cielo si aprì, fu udita la voce del Padre, lo Spirito Santo apparve in forma di colomba. Io, figlio di Dio, ho dimostrato di essere vero Dio e uomo, affinché si sappia e si creda che il Padre eterno apre i cieli ai bat­tezzati e ai fedeli. Lo Spirito Santo è con colui che bat­tezza...

Io, che sono la verità, ho dissipato le ombre. La scorza della legge fu spezzata, apparve il noccio­lo, la circoncisione fu sospesa e il battesimo fu con­fermato in me, affinché il cielo fosse aperto ai gran­di e ai piccoli e i figli dell'ira divenissero figli della grazia e della vita eterna. Il monaco insiste e pone la domanda che da due­mila anni l'uomo si pone: O giudice, te lo domando, poiché tu sei Dio ed uo­mo, perché non hai manifestato la tua divinità così co­me hai manifestato la tua umanità, affinché tutti cre­dessero in te?

E il giudice risponde: O amico mio, ti rispondo affinché la malizia del tuo pensiero sia conosciuta ad altri... Poiché Dio non per­mette niente senza un motivo, ti rispondo non alla maniera umana, dato che noi trattiamo di cose spiri­tuali; ma con similitudini, affinché la mia risposta sia compresa.

Tu domandi dunque perché non ho mostrato la mia divinità allo stesso modo in cui ho manifestato la mia umanità. lo rispondo: la mia divinità è spirituale e la mia umanità è corporale. Tuttavia la divinità e l'u­manità sono inseparabili, la mia divinità è increata e tutto ciò che è in essa è bontà e perfezione. Se dun­que una bontà e una perfezione tanto grandi si fos­sero manifestate all'occhio imperfetto dell'uomo, chi avrebbe potuto sostenerle, dato che l'occhio umano non riesce a sopportare neppure la vista del sole ma­teriale?...

È per due ragioni che la mia divinità non si è manifestata più chiaramente:
1° per l'imperfe­zione umana, che non era in grado di sopportarla, poiché gli occhi umani sono di sostanza terrena: se l'occhio corporale vedesse la divinità, si sciogliereb­be come cera davanti al fuoco; se l'anima avesse in sorte di vedere la divinità, il corpo si fonderebbe e si annienterebbe come cenere.
2° non si è manifestata inoltre a ragione della mia divina bontà e della sua co­stante stabilità; infatti se io mostrassi agli occhi mor­tali la mia divinità, che è incomparabilmente più risplendente del sole e del fuoco, io andrei contro quan­to io stesso dissi: L'uomo non mi vedrà affatto e vi­vrà. Nemmeno i profeti mi videro, loro che videro la montagna fumante e dissero: Che Mosè ci parli, e noi l'ascolteremo. Per questo io, che sono misericordia, affinché l'uomo mi capisse meglio e non si spaven­tasse, mi sono mostrato a lui in una forma che potesse essere vista e udita, ovvero nella mia umanità, che contiene - come velata - la mia divinità.

Io, che so­no Dio e non sono corporale, ho voluto poter essere udito e visto dagli uomini nella mia umanità. Non ancora stanco, il monaco chiede ancora: Perché hai preferito nascere da una Vergine piut­tosto che da un'altra donna che non lo era?

Ed ecco la risposta:
Poiché a me, Dio purissimo, meglio si convengo­no le cose pure... La verginità è una via molto bella che conduce al cielo e il matrimonio è soltanto una via; di conseguenza era ragionevole che io, Dio pu­rissimo, riposassi nel seno di una Vergine purissima, così come il primo uomo era stato tratto dalla terra, che in qualche maniera era vergine, non essendo sta­ta ancora inquinata dal sangue ... Infine una domanda dolorosamente umana: Perché molto spesso i malvagi prosperano più dei buoni?

E il Signore risponde:
Ciò è indizio della mia grande pazienza e del mio amore, perché se io donassi i beni temporali soltan­to ai miei amici, i malvagi si dispererebbero e i buo­ni si inorgoglirebbero. Io invece dono ad ognuno i be­ni temporali affinché io, il loro Dio, autore e creato­re di ogni cosa, sia da tutti amato e affinché quando i buoni diventano superbi siano indotti dai malvagi ad essere giusti. Tutti sanno anche che le cose corporali non devono essere preferite a me, ma devono soltanto essere usate affinché l'uomo capisca che meno stabi­lità trova nelle cose temporali più deve essere saldo nel servirmi.

Brigida fa parte di quel novero di sante medievali che furono assai attive nella Chiesa, pur operando in un tempo poco propizio al sesso femminile. È esem­plare in questo senso quanto scrisse al riguardo san Tommaso, che tanto influsso ebbe sulla concezione dei rapporti tra i sessi e il ruolo della donna. Egli ritene­va che la donna fosse «ausiliaria all'opera dell'uomo nella procreazione», e che «in ogni altra opera» egli trovasse «un migliore aiuto in un altro uomo che nel­la donna».

Tra queste donne coraggiose che seppero farsi va­lere in un mondo di uomini sono da ricordare, oltre a Brigida di Svezia, Ildegarda di Bingen (1098-1179), Caterina da Siena (1347-1380), Giovanna d'Arco (1412-1431) e la beata Coletta di Corbie (1381­1447), che fu riformatrice di conventi maschili e fem­minili. Per capire santa Brigida, la sua vita e la sua opera è necessario far riferimento all'atmosfera sociale, re­ligiosa e culturale del XIV secolo. Per diritti di nasci­ta e in seguito anche per la sua fama di santità, Brigi­da frequentò sempre le più alte sfere del mondo po­litico ed ecclesiastico del tempo. Inoltre i suoi grandi pellegrinaggi la portarono a percorrere gran parte del­l'Europa e a prendere atto con chiarezza delle ostili­tà e delle discordie che dividevano i popoli. Soprat­tutto avvertiva la crisi del papato che si era allonta­nato da Roma.

Dinamica, portata all'azione, tesa a fare del bene a tutti, Brigida aveva un forte istinto sociale. Quando fu libera da impegni familiari, decise di prendere di­mora a Roma, per operare a favore del ritorno del pa­pa e del rinnovamento della Chiesa. Questa donna del Nord, della più lontana periferia del mondo cristia­no di allora, seppe farsi carico della responsabilità del­la Chiesa di Roma, centro della cristianità, che era ri­masta priva del suo pastore. Al ritorno del pontefice a Roma e al rinnovamen­to della Chiesa Brigida legava in maniera indissolubi­le il grande discorso della pace di tutta la cristianità, e per questa operò incessantemente finché ebbe vita. In questo senso la sua missione è di portata veramente europea. La Chiesa che deve essere rinnovata ha il suo simbolo proprio in lei, chiamata alla santità di vita. La stessa fondazione di un ordine formato da uomi­ni e donne simboleggia una nuova vigna che deve es­sere piantata in un momento in cui la vita religiosa è assai decaduta anche fra i religiosi.

Ma Brigida non si limita a sollecitare il rinnova­mento della vita sacerdotale e monastica: tutti devo­no cooperare a questo compito, tutti i cristiani devo­no essere «amici di Dio» e disposti a lavorare per il rinnovamento della Chiesa: oggi parleremmo di apo­stolato dei laici. Per loro questa esortazione: Voi amici miei, che siete nel mondo, andate sicuri a proclamate la mia volontà e gridate affinché tutti aderiscano. Io sarò nel vostro cuore e sulla vostra boc­ca. Non vi abbandonerò, andate con coraggio perché con la fatica si accresce la gloria. Potrei fare infatti tut­to d'un tratto e con una sola parola, ma voglio che dalla lotta cresca la vostra ricompensa, e per il vostro coraggio la gloria mia.

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