San Giovanni Maria Vianney Biografia, Vita, Preghiera, Immagini, Foto

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La Vita del Santo Curato D'Ars

SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY

Giovanni Maria Vianney, quarto di sei figli, nacque a Dardilly l’8 maggio 1786, da Mathieu e da Marie Béluse. La sua era una famiglia contadina di discrete condizioni, con una solida tradizione cristiana, prodiga nelle opere di carità. Dopo lo scoppio della Rivoluzione francese, il nuovo parroco di Dardilly prestò giuramento alla Costituzione civile del clero. Seguire un tale prete avrebbe significato per i Vianney non riconoscere l’autorità del Papa, per cui decisero di entrare nel circolo clandestino di un sacerdote “refrattario”. In una di queste riunioni eucaristiche il ragazzo, a tredici anni, ricevette la sua Prima Comunione. L’esperienza di un simile avvenimento lasciò un’impronta nella coscienza del giovane pastore di pecore di Dardilly. L’educazione cristiana ricevuta in famiglia e la testimonianza coraggiosa di un sacerdote refrattario lo segnarono profondamente. A poco a poco egli maturò l’idea di consacrarsi a Dio nel ministero sacerdotale. E intorno ai vent’anni era ormai deciso a diventare prete. C’era un ostacolo grave: gli mancava un minimo di istruzione.

Per prima cosa dovette apprendere la grammatica latina presso il parroco di Ecully, don Balley. I suoi, sforzi sembravano essere senza frutto, ma poi qualche risultato cominciò ad arrivare grazie alla sua perseveranza e dopo un pellegrinaggio presso san Francesco Régis alla Louvesc per ottenere la grazia di vincere la propria ignoranza. Inattesa giunse, però, il 28 ottobre 1809 la chiamata alle armi nell’esercito napoleonico, impegnato su più fronti del continente, e il giovane ventitreenne fu costretto a partire, anche se ciò andava contro i suoi progetti. Per diverse circostanze casuali riuscì a disertare e, anche se ricercato, fu aiutato da alcune persone a nascondersi. Saputo della morte della madre (8 febbraio 1811), che era sempre stata per lui un fulgido esempio di vita cristiana, appena gli fu possibile, tornò a casa (marzo 1811).

Ma qui trovò il padre in collera con lui per tutti i dolori e i problemi che la famiglia aveva dovuto subire a causa della sua diserzione. Giovanni Maria con profonda umiltà, e sinceramente dispiaciuto, chiese perdono al padre per l’accaduto, ma egli era convinto di essere stato guidato dalla Provvidenza. Infatti dopo la fortuita e non intenzionale fuga, egli aveva avuto la certezza che non dovesse seguire l’esercito di un nemico del Papa. Inoltre non avrebbe potuto dedicarsi al servizio di Dio, praticando nello stesso tempo violenze verso altri uomini anche se nemici.

Certo della sua vocazione, Giovanni Maria ritornò probabilmente nella primavera del 1811 ad Écully da don Balley, cui stava tanto a cuore quel giovane. Grazie al suo esempio, stima, incoraggiamento e insistenza presso i superiori della diocesi, egli riuscì ad accedere agli ordini sacri, dopo aver affrontato dure prove. Inizialmente, infatti, venne rinviato dal seminario maggiore, in quanto ritenuto non idoneo agli studi necessari per l’esercizio del sacro ufficio. Don Balley si prese ogni responsabilità e dedicò tutto se stesso per farlo studiare e portare a compimento l’opera di Dio in quel giovane dai così buoni propositi. Dopo varie vicissitudini Giovanni Maria Vianney fu ordinato sacerdote il 13agosto 1815 e subito fu inviato come coadiutore proprio ad Écully con don Balley. Vi rimase per poco più di due anni, fino alla morte del suo protettore, avvenuta il 16 dicembre 1817. In questo periodo completò la formazione culturale e fu iniziato al ministero sacerdotale, vivendo un’esperienza ricca e determinante per tutto il suo successivo apostolato. Giovanni Maria si trovò sempre in identità di intenti con don Balley, quanto a spirito di abnegazione, di preghiera. di penitenza e di digiuno. E la sua sensibilità intransigente venne qui corroborata enormemente. E’ importante notare che questo sacerdote era stato fortemente influenzato dal pensiero giansenista, sebbene ormai il movimento stesse scemando sempre più. Don Balley aveva un profondo senso della tragicità del peccato, cui doveva seguire la penitenza in una vita parca e sobria, che doveva mirare all’incontro con Dio nella preghiera. E le stesse caratteristiche appartengono allo stile di vita di Giovanni Maria. Questi dunque, vivendo tutto quanto ha ricevuto, dall’infanzia fino ai primi anni di sacerdozio, come dono della Provvidenza, è stato protagonista responsabile delle scelte e dello stile di vita che ha maturato. Un nuovo e lungo capitolo si aprì nel febbraio 1818 con il trasferimento di Giovanni Maria ad Ars, “l’ultimo villaggio della diocesi”. Con circa duecentocinquanta abitanti, prevalentemente di umili condizioni. La gente non era atea o anticlericale, ma viveva una religiosità superficiale e banale, schiava dei propri comodi, talora mondani, secondo la mentalità dell’epoca. Il giovane sacerdote si ritrovò da solo a portare il carico di tutta la comunità. La sua vita, in parole e in opere, aveva come primo obiettivo condurre le anime a Dio, come un vero pastore, secondo il cuore di Dio. Era una sfida ad altissimo rischio. Per questo dovette subire contestazioni e calunnie. Scelse però la via della penitenza, e piegò le ginocchia davanti all’Altissimo per strappare dalla dannazione le anime della sua parrocchia.

I primi anni ad Ars furono caratterizzati da una lotta serrata contro i vizi stigmatizzati dai predicatori dell’epoca come sintomo di secolarismo, quali il ballo, le osterie, la trascuratezza del precetto festivo. Si avvertiva di fatto il fenomeno di abbandono, soprattutto grave fra gli uomini, che era seguito alla rivoluzione francese. Egli spronò i suoi parrocchiani a condurre una intensa vita religiosa attraverso la partecipazione frequente ai sacramenti, in particolare all’Eucaristia. La sua azione pastorale era veemente e nello stesso tempo paziente: da un lato non si trattenne dal condannare senza mezzi termini i vizi dei paese, dall’altro lato coltivava la sua vigna con cure e premure, radunando piccoli gruppi orientati ad una vita cristiana il più coerente possibile, resa manifesta nella preghiera assidua e nella partecipazione attiva alle liturgie. E proprio gettando le fondamenta della vita spirituale cristiana presso i suoi fedeli, egli riuscì a suscitare la conversione di gran parte della sua parrocchia, Il fervore autenticamente cristiano si sarebbe esteso a macchia d’olio. Il successo della parrocchia di Ars si spiega con il progetto pastorale di don Vianney, che aveva votato la sua vita per salvare ogni uomo. Infatti si dedicò interamente alla sua parrocchia senza riservare per sé nemmeno una frazione del suo tempo. I primi anni furono segnati da un intransigente regime di penitenza e di digiuno, che gli causarono problemi di nevralgia. La sua vita era un appello continuo ai cristiani d’Ars. Anche se le sue parole non erano forse tanto alte e ricche di contenuto, egli riusciva a trasmettere e comunicare la fede con la sua coerenza perché viveva materialmente quanto predicava. E il suo zelo pastorale raggiunse anche le parrocchie vicine, attraverso il ministero della confessione, in occasione delle missioni popolari.

L’intensa cura pastorale di Giovanni Maria era attenta alle necessità dei più bisognosi. Per aiutare le giovani ragazze senza istruzione e di condizioni disagiate, istituì la Casa della Provvidenza. E successivamente creò anche un ambiente per ragazzi, ben sapendo quanto fosse importante l’istruzione, lui che aveva sperimentato i disagi dell’ignoranza.

Oltre ciò, egli si mostrava sempre pronto al soccorso e all’aiuto dei poveri e dei sofferenti. In un contesto religioso di povertà spirituale, il curato d’Ars si fece carico anche di quella materiale: cercò di sanare queste piaghe, certo di portare la ricchezza di Cristo. Ben presto la sua fama si diffuse nei paesi vicini, a motivo della santa condotta e del ministero svolto nel corso delle varie missioni popolari. Un numero sempre maggiore di pellegrini, attratti dal suo stile di vita, si presentò nella sua chiesa, per ricevere una parola di conforto nonché l’assoluzione sacramentale. Nel suo “ufficio” di accoglienza, il confessionale, il curato d’Ars riuscì a riavvicinare a Dio molte anime che se ne erano allontanate e ha aiutato molte persone, che si affidavano alla guida spirituale, a compiere grandi passi nella fede. Dimostrò così d’avere un particolare dono di discernimento e di penetrazione dei cuori. Illustri fondatori di nuovi ordini nascenti si sarebbero confrontati con l’umile pastore.

Ars divenne il modello per la diocesi per i suoi frutti spirituali, e fu anche il luogo di prodigi e di guarigioni. Al processo per la causa di canonizzazione molti testimoniarono dei benefici corporali che avevano ricevuto ad Ars. Chi ne era l’autore? Il pio pastore si era accorto dei segni che avvenivano ed era profondamente avvilito per la gloria che gli si attribuiva. Considerandosi semplicemente un servo umile, riconosceva alla “piccola santa Filomena”, come egli la chiamava, i segni che si verificavano ad Ars. Oggi, che e stato evidenziato l’errore nella valutazione storica del personaggio di Filomena e il suo culto soppresso, a chi dobbiamo ascrivere quei miracoli?

Non possiamo negare il dono delle guarigioni fatto da Dio al curato d’Ars. Questi era ben conscio che i prodigi erano un segno divino che rinviavano ad una guarigione più profonda. E per nulla desideroso che si manifestassero fenomeni d’infatuazione popolare, cercò di distogliere l’attenzione da sé. Dal 1818 al 1859 ha vissuto ad Ars facendo le stesse cose, tuttavia ogni messa, confessione, predica, penitenza erano vissute sempre con intensità e freschezza di spirito. La santità del curato d’Ars si fonda, infatti, non nelle grandi cose, ma nella quotidianità e semplicità del proprio ministero. Lo zelo, la fedeltà, l’umiltà e l’amore per la sua missione costituiscono l’ossatura della sua vocazione alla santità. Il suo apostolato ad Ars gli causò anche molte sofferenze: da principio egli dovette sopportare le calunnie diffamatorie di alcuni parrocchiani, in seguito anche dei sacerdoti dei paesi vicini. Nel 1843 don Vianney si ammalò gravemente e solo le preghiere e un voto a “santa Filomena” lo salvarono dalla morte. In seguito alla malattia, e visti i numerosi impegni pastorali, gli fu affiancato un collaboratore, don Antoine Raymond. Il nuovo collaboratore sicuramente liberò da molte incombenze don Giovanni Maria, ma fu anche una croce da saper sopportare. Pur non volendo togliere nulla al coadiutore, è anche vero che egli aveva un carattere non facile, forse geloso, talora invadente e non di rado autoritario. I rapporti tra i due furono tuttavia ottimi: il coadiutore nutriva un particolare affetto per il suo parroco, il quale ne apprezzava l’operato, anche se spesso aveva a che fare con il suo carattere difficile. E di fronte alla gente il curato prese sempre le difese del suo collaboratore, che non era molto stimato dal popolo.

Vi furono anche altri avvenimenti della vita pastorale che, pur scontrandosi con la sua volontà, egli accettò. Ad esempio, la Casa della Provvidenza per cui aveva lottato e sofferto, dovette essere ceduta alle Figlie di san Giuseppe. Il santo, certamente contento di assicurare il futuro di un’istituzione così preziosa per lui, tuttavia visse il passaggio non senza dolore. Inoltre, per quasi tutto il periodo trascorso ad Ars, Giovanni Maria visse una crisi profonda. In lui era talmente forte il senso della propria incapacità e non idoneità al ministero pastorale, che desiderava ritirarsi in solitudine per espiare i suoi peccati. Gli appariva terribile morire da parroco. Ma ogni richiesta fatta al suo vescovo fu vana, come tali furono pure i tentativi, fatti di propria iniziativa, per fuggire da Ars (1843 e 1853). Il pensiero che avrebbe potuto condurre a Dio tante altre anime lo costringeva a restare, prevalendo sulla propria volontà. E pur turbato interiormente dall’idea che si sarebbe dannato per l’eternità, rimase sempre ad Ars, dove il 4 agosto 1859 lo colse la morte, che visse con semplicità e abbandono fiducioso a Dio.

Giovanni Maria Vianney impostò tutta la vita secondo un regime estremamente austero. Il senso di incapacità a svolgere il ministero pastorale rafforzò in lui la necessità di dover fare penitenza. Scelse come strumento privilegiato il digiuno, ma seguì tutte le rigide pratiche dell’ascetismo: il giaciglio fatto di pagliericcio senza materasso, il rifiuto di ogni comodità, solo poche ore dedicate al riposo e infine l’uso di strumenti per la penitenza corporale, quali i flagelli ed il cilicio.

Da principio ritenne che tali mortificazioni fossero pazzie di gioventù, ma anche in seguito continuò a praticarle. Riteneva intatti che il senso della penitenza scaturisse dall’orrore del peccato e dalla possibilità intrinseca di salvare le anime. Alla penitenza esterna si aggiunse poi quella provocata dalla sofferenza interiore, dal travaglio spirituale, dalla sopportazione di persone o situazioni senza ira o maldicenze. Fin dalla giovinezza ebbe fortissimo il senso della fedeltà a Dio, di fronte alla realtà del peccato. L’influenza di don Balley, poi, rafforzò la concezione della tragicità dell’uomo peccatore. Unico rimedio a tale condizione è, dunque, la penitenza, che può riparare le colpe commesse suscitando il perdono di Dio. Di fronte ad un contesto sociale in cui i disordini politici avevano generato la decadenza religiosa, la penitenza si presentava come lo strumento privilegiato di riparazione, non solo per se stessi ma per l’intero popolo cristiano.

E, oltre il valore riparatorio, la pratica ascetica ne assumeva anche uno “preventivo”, aiutando l’esercitante a non commettere peccato e indirizzando la propria vita sempre più a Dio.

La penitenza, cioè, orientava all’Assoluto. Giovanni Maria non si risparmiò affatto, ma si mise completamente al servizio del popolo affidatogli e per esso si è consumato. Riuscì a superare i momenti di crisi interiore comprendendo che egli, in quanto apostolo di Dio, poteva ricondurre a Lui le anime che gli erano state affidate. Il confessionale divenne così il campo di battaglia, dove trascorse la maggior parte di tempo del suo servizio pastorale ad Ars. Ma era anche il luogo dove i suoi fedeli potevano sperimentare la misericordia di Dio, che lui stesso aveva compreso lentamente, grazie alla riscoperta della morale alfonsiana. Sopra ogni cosa per don Vianney c’èra il “bon Dieu”. Salvare le anime significava infatti far conoscere Dio e cosi far diventare i fedeli discepoli di Cristo. La sua sobria povertà indicava che l’unica ricchezza era Cristo. La castità rimandava all’incondizionato servizio di Dio nella Chiesa. L’obbedienza al vescovo era espressione di quella radicale umiltà che ha contrassegnato tutta la sua vita.

Il suo zelo pastorale trovava fonte nella preghiera contemplativa, nella celebrazione eucaristica e nella liturgia delle ore. Tutto ciò che don Giovanni Maria faceva era determinato dall’incontro con il Signore e in lui ogni fedele vedeva l’uomo il cui scopo era quello di riavvicinare tutte le anime a Dio con fervore e devozione. Egli invitava sempre all’incontro sacramentale e istituì varie confraternite per far avvicinare il più possibile i suoi parrocchiani al Padre. Ma tutti i suoi insegnamenti, i suoi inviti alla preghiera, ad entrare in comunione con Dio e a percorrere la Sua strada, sarebbero stati vani se il curato d’Ars non avesse vissuto la sequela di Cristo, come invece fece autenticamente. Furono in molti, tra quelli che si presentarono al confessionale del curato d’Ars, ad affermare che questi sapeva tutto di loro senza conoscerli. Tra l’altro, spesso egli corresse anche dettagli di racconti non esposti con precisione o con piena verità. Quale valore hanno queste testimonianze? Non abbiamo motivo di contestarle data la molteplicità delle testimonianze. Sembrava che il santo curato conoscesse chi gli stava di fronte, e certamente non per precedenti rapporti o per averne avuto notizie, né tanto meno per telepatia. L’unica spiegazione possibile è che egli sapesse leggere le coscienze, scrutando nell’animo del suo penitente, e riuscisse a indirizzare in una strada sicura nel discernimento vocazionale. E non ci resta che attestare il fatto che in lui ci fosse il dono di una conoscenza misteriosa che giungeva alla cognizione degli eventi presenti e passati. Possiamo affermare che il curato d’Ars, chiamato a orientare gli uomini a Dio, ne aveva ricevuto un dono necessario per la sua particolare missione. Dono che risulta essere dunque, non tanto il segno della sua santità e dei suoi meriti, ma uno strumento datogli da Dio per far fruttificare al massimo il suo zelo e il suo impegno pastorale. L’opera di Dio e la disponibilità di don Vianney si incontrarono mirabilmente per poter offrire la salvezza a tutti. Tutte le biografie del curato d’Ars riferiscono di episodi sulla presenza del demonio. Si tratterebbe di manifestazioni diaboliche avvertite da don Vianney, ma non vi fu mai una possessione, né tentazioni dirette, tali da indurlo al peccato. Si trattava invece di disturbi e di tormenti, quali rumori strani, come colpi di martello e assalti alla porta, oppure voci rauche. Come considerare il fatto? Il curato d’Ars non ne fu mai spaventato. La maggior parte delle testimonianze sono concordi nell’ attestare rumori sentiti nella canonica del curato, ma qualcuno invece non avrebbe udito nulla. Durante un periodo di missione don Vianney venne rimproverato di essere chiassoso e, quindi, di non aver rispetto dei confratelli. In seguito gli stessi si convinsero che non era colpa sua. Chi fece la guardia in canonica non vi tornò più, forse per il “fastidio” di certi rumori. Non possiamo quindi risolvere la questione riducendo il fatto a un’impressione psicologica dovuta a stanchezza o ad allucinazione causata dalla carenza di cibo o di riposo. Ma si tratta veramente di fenomeni provocati dal demonio? Il curato d’Ars attribuì questi fenomeni al diavolo, che egli soprannominò il “grappino”. Non ci resta che accogliere il fenomeno secondo questa interpretazione, facendo attenzione a non attribuire al demonio tutti i fenomeni strani, come spesso fecero i contemporanei nelle testimonianze deposte.

Giovanni Maria Battista Vianney fu beatificato l‘8 gennaio 1905 e poi canonizzato il 31 maggio 1925; venne dichiarato patrono dei sacerdoti di tutto il mondo. La gloria che la Chiesa gli ha attribuito scaturisce dalla santità della sua modesta vita, che trascorse accogliendo e facendo propri quei valori che gli erano stati donati. Nell’umiltà di un apostolato impegnato e serio ha offerto la sua vita per la causa di Dio. E ha sperimentato i problemi, gli intrighi e le situazioni tipiche di un ministero ecclesiale incarnato nella concretezza della vita umana e sociale. E diventato santo non perché è stato ricolmato di doni particolari, ma per la sua semplicità e umiltà di vita. Egli ha santificato, per così dire, il tempo che ha vissuto, lo spazio in cui è stato e le persone che ha incontrato. La santità del curato d’Ars risiede infatti nella quotidianità di un ministero perseverante e nella costante fedeltà al suo “bon Dieu”.
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