Don Bosco Biografia, Vita di San Giovanni Bosco/Immagini, Salesiano, Preghiera, Storia

Don Bosco Biografia, Vita di San Giovanni Bosco/Immagini, Salesiano, Preghiera, Storia

Don Bosco Biografia, Vita di San Giovanni Bosco, Immagini, Salesiano, Preghiera, Storia

SAN GIOVANNI BOSCO

Don Bosco nasce quando ancora non sono passati trent'anni dal­la Rivoluzione francese, l'anno stesso in cui, con il congresso di Vienna, tramonta il mito napoleonico (1815). Già in tutto il secolo precedente (il cosiddetto «secolo dei lumi») la fede ha subito attacchi e irrisioni con una programmata offensiva condotta in nome di una ragione divinizzata che pretende di lottare contro tutto ciò che chiama «superstizione».

Nel secolo XIX l'attacco è ormai mescolato, in modo spesso assai intricato, con le questioni sociali e con le questioni nazionali.

Non è possibile, nemmeno lontanamente, descrivere il tempo di don Bosco: tempo di prima industrializzazione, di moti risorgimen­tali, di restaurazioni e di rivoluzioni; in ogni caso di turbamenti per noi inimmaginabili. Per facilitare soprattutto i più giovani, possiamo accostate il nome di don Bosco a quello dei suoi contemporanei più prestigiosi.

Quando muore Hegel, il filosofo dell'idealismo, don Bosco ha 16 anni. Comte - che vorrà fondare la nuova religione dell'umanità - ha 17 anni più del nostro Santo. Feuerbach ha invece 11 anni di più, Darwin 6 anni, Marx 5 di meno, Dostoevskij 6 anni, Tolstoj 13.

In Italia quando don Bosco nasce, Foscolo ha 37 anni, Manzoni ha 30 anni, Leopardi 17, Mazzini 10, Garibaldi 8.

Pio IX, Leone XIII, Vittorio Emanuele II, Cavour, Rattazzi, Cri­spi, Rosmini gli sono amici.

Casa di Don Bosco

Lo stesso anno in cui don Bosco muore, nella stessa città, a Torino, Nietzsche viene definitivamente colto da follia.

Molti di questi nomi don Bosco non li ha neppure conosciuti.

Il letterato più celebre che incontrò - in due colloqui segreti a Parigi, convertendolo, secondo la testimonianza di don Bosco stes­so - fu Victor Hugo.

Ma non c'è dubbio che il mondo in cui don Bosco visse era esat­tamente quello che veniva agitato da tutto questo insieme di influssi. In esso don Bosco fece le sue scelte, coltivò certe idee e ne rifiutò al­tre, a volte assunse acriticamente certe impostazioni del suo tempo. Sarebbe assurdo immaginarlo diversamente.

In tutto questo ribollire di persone, avvenimenti, idee, progetti, restaurazioni e rivoluzioni - tempo in cui la Chiesa è stata considera­ta qualche volta alleata e più spesso nemica da opprimere, e in cui l'anticlericalismo ha toccato punte inverosimili – si nota tuttavia un fenomeno diverso che già allora fece piegare il capo anche ai nemici: la santità. Una santità abbondante molteplice quella soprattutto dei cosiddetti “evangelizzatori dei poveri”; una santità trasferita nel bel mezzo di una città in rapida evoluzione, una santità che si trascina appresso un flusso travolgente di esperienze e fenomeni sopran­naturali.

Si può prendere un episodio della vita di don Bosco e passarlo al microscopio trovando una documentazione non del tutto perfetta. ­In compenso ce ne sono subito presenti altri mille sostenuti da deci­ne e decine di testimonianze d’ogni genere.

Prendiamo, ad esempio, come punto di riferimento quel 1848 che passò alla storia come l'anno dei grandi turbamenti, l’anno della prima guerra d'indipendenza.

A Torino il seminario si svuota. Più di 80 chierici, in reazione all'arcivescovo, durante la Messa di Natale, si sono schierati nel pre­sbiterio del Duomo con la coccarda tricolore sul petto e, allo stesso modo hanno partecipato ai festeggiamenti per lo Statuto.

L’anno successivo l’arcivescovo è arrestato e imprigionato. In città si scatenano le bande anticlericali che assaltano i conventi. I preti si dividono in preti patrioti e preti reazionari. Il governo intan­to prepara una legge per sopprimere tutti i conventi. La legge, che sopprimerà 331 case religiose per un totale di 4.540 religiosi, verrà firmata nel 1855.

Sono solo alcuni gravi episodi tra mille altri; eppure in quegli stessi anni a Torino vivono e operano contemporaneamente - amici e collaboratori tra loro - san Giovanni Bosco, san Giuseppe Cafasso (il prete dei carcerati e dei condannati a morte, che dirige spiritualmente san Giovanni Bosco), san Giuseppe Benedetto Cottolengo (il prete dei malati incurabili che diceva d'essere il “manovale della Provvidenza”). Per un certo tempo don Bosco gli dà una mano, poi seguirà la sua strada. Il Cottolengo un giorno gli prende tra le dita un lembo della veste e gli dice profeticamente:

«E’ troppo leggera. Pro­curatevi una veste più resistente perché molti ragazzi si appenderan­no a questo abito».

C'è poi una ragazza di vent'anni più giovane di don Bosco. Co­stui la incontra nel 1864: diverrà la fondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice: Santa Maria Mazzarello.

Nel 1854 entra nell'oratorio di don Bosco un ragazzo di una rara profondità interiore. E l'anno della proclamazione dell' Immacolata: quel bambino è innamorato di questo mistero mariano. Diventa santo a 15 anni: Domenico Savio.

Nella vita di don Bosco s’incontra ogni tipo di fenomeni miraco­losi: sogni profetici, visioni, bilocazioni, capacità di intuire i segreti dell'anima, moltiplicazioni di pani e di cibo e di ostie, guarigioni, perfino risurrezioni di morti.

Ricorderò solo due episodi che ebbero una gran risonanza per il loro riflesso pubblico nella società del tempo il primo episodio è non solo triste, ma terribile.

Quando il re è indeciso se firmare la legge di soppressione dì tut­ti i conventi - legge che gli attirerà la scomunica da parte della Santa Sede - don Bosco «sogna» che un valletto di corte gli annuncia:

«Grandi funerali a corte».

Ne parla a tutti i suoi collaboratori. Scrive una lettera al re per avvertirlo “che pensasse a regolarsi in modo da schivare i minacciati castighi, e dl impedire a qualunque costo quella legge”.

Questa la successione dei fatti. L’avvertimento di don Bosco e del dicembre del 1851. Il 12 gennaio 1855 muore la Regina Madre, Maria Teresa, a 54 anni. Il 20 gennaio muore la Regina Maria Ade­laide, moglie del re, a 33 anni. L'11 febbraio muore il fratello del re, principe Ferdinando di Savoia, a 33 anni. Il 17 maggio muore l'ultimo figlio del re, di appena 4 mesi.

Il re è furioso con don Bosco. Il 29 maggio, consigliato perfino da alcuni preti, firma comunque la legge.

Ognuno giudichi come vuole, ma i contemporanei restarono allibiti.

L'altro episodio è invece commovente: nell’estate 1854 a Torino scoppia il colera che ha il suo epicentro a Borgo Dora, dove si ammassano gli immigrati, a due passi dall'oratorio di don Bosco. A. Ge­nova ha già fatto 3.000 vittime In un solo mese, a Torino, 800 colpiti e 500 morti. Il sindaco rivolge un appello alla città, ma non si trovano volontari per assistere i malati né per trasportarli al lazzaretto. Tutti sono presi dal panico. Il giorno della Madonna della Neve (5 agosto) don Bosco raduna i suoi ragazzi e promette: «Se voi vi mettete tutti in grazia di Dio e non commettete nessun peccato mortale, io vi assicu­ro che nessuno di voi sarà colpito dalla peste» e chiede loro di dedi­carsi all'assistenza degli appestati.

Tre squadre: i grandi a servire nel Lazzaretto e nelle case, i meno grandi a raccogliere i moribondi nelle strade e i malati abbandonati nelle case. I piccoli in casa disposti alle chiamate di pronto inter­vento.

Ognuno con una bottiglietta di aceto per lavarsi le mani dopo aver toccato i malati. La città, le autorità, anche se anticlericali, sono sbalordite e affascinate. L'emergenza finisce il 21 novembre. Tra agosto e novembre a Torino ci sono stati 2.500 appestati e 1.400 morti. Nessuno dei ragazzi di don Bosco si ammalò.

Sono solo due episodi utili a far percepire qualcosa del clima in cui viveva don Bosco e in cui vivevano, come in qualcosa di palpabi­le, i ragazzi e i collaboratori che stavano con lui, ma dalla sua familiarità con Dio. Questa è la spiegazione cattolica. Chi la nega per principio, poi deve necessariamente accu­mulare mille e una spiegazione alternativa.

Quando nel 1884 don Bosco venne intervistato da un reporter del Journal de Rome (è il primo santo della storia che sia stato sotto­posto a questa tecnica giornalistica inventata nel 1859 da un ameri­cano), gli verranno poste, tra le altre, queste domande:

D Per quale miracolo lei ha potuto fondare tante case in tanti paesi del mondo?

R Ho potuto fare più di quello che speravo, ma il come non lo so neppure io. La Santa Vergine, che sa i bisogni dei nostri tempi, ci aiuta...

D Permetta un’indiscrezione: di miracoli ne ha fatti?

R Io non ho mai pensato ad altro che a fare il mio dovere. Ho pregato e ho confidato nella Madonna...

D Che cosa pensa delle condizioni attuali della Chiesa in Europa, in Italia, e del suo avvenire?

R Io non sono un profeta. Lo siete invece tutti voi giornalisti. Quindi è a voi che bisognerebbe domandare che cosa acca­drà. Nessun,o eccetto Dio, conosce l'avvenire. Tuttavia, umanamente parlando, c'è da credere che l'avvenire sia gra­ve. Le mie previsioni sono molto tristi, ma non temo nulla. Dio salverà sempre la sua Chiesa, e la Madonna, che visibil­mente protegge il mondo contemporaneo, saprà far sorgere dei redentori.

Ma chi era dunque don Bosco?

Per parlare di lui, bisogna cominciare a parlare della madre: una povera contadina che non sapeva né leggere né scrivere, rimasta ve­dova quando Giovanni ha due anni e che deve lottare a denti stretti, in tempi di carestia e di disgrazia, per tenere unita la sua Famiglia. Ciò che ella conosce é elementare: alcuni brani della Scrittura a me­moria e gli episodi del Vangelo; i principi fondamentali della vita cri­stiana (“Dio vede anche nei tuoi pensieri”); il paradiso e l'inferno; il valore redentivo della sofferenza; uno sguardo fiducioso alla Provvi­denza; i Sacramenti e il Rosario.

Monumento a Margherita

Ascoltiamo però don Bosco stesso: «Ricordo che fu lei a prepa­rarmi alla prima confessione. Mi accompagnò in Chiesa, si confessò per prima, mi raccomandò al confessore e dopo mi aiutò a fare il rin­graziamento. Continuò ad aiutarmi fino a quando mi credette capa­ce di fare da solo una degna confessione».

Ancora don Bosco: «Nel giorno della prima Comunione in mezzo a quella folla di ragazzi e di gente era quasi impossibile conservare il raccoglimento. Mia madre al mattino non mi lascio parlare con nessuno. Mi accompagnò alla Sacra mensa. Fece con me la preparazione e il ringraziamento. Quel giorno non volle che mi occupassi dì lavori materiali. Occupai il tempo nel leggere e nel pregare. Mi ripe­té più volte queste parole: Figlio mio, per te è stato un grande giorno. Sono sicura che Dio è diventato il padrone del tuo cuore. Pro­mettigli che ti impegnerai per conservarti buono per tutta la vita...».

Ed è la stessa donna che, quando si parla di una possibile voca­zione religiosa del figlio, gli dice: «Se ti facessi prete e per disgrazia diventassi ricco, non metterò mai piede in casa tua».

E il giorno dell'ordinazione sacerdotale: «Ora sei prete, e sei più vicino a Gesù. Io non ho letto i tuoi libri, ma ricordati che cominciare a dir messa vuol dire cominciare a soffrire. D'ora in poi pensa solo alla salvezza delle anime e non prenderti nessuna preoccupazione di me».

Quando avrà appena incominciato a far la nonna dei nipotini datigli dall'altro figlio, con una relativa tranquillità, Giovanni andrà da lei e le dirà: «Un giorno avete detto che se diventavo ricco non sare­ste mai venuta a casa mia. Ora invece sono povero e carico di debiti. Non verreste a fare da mamma ai miei ragazzi?».

Mamma Margherita risponderà soltanto umilmente: «Se credi che questa sia la volontà di Dio...».

E passerà gli ultimi dieci anni della sua vita (1845-1856) a fare da mamma a decine e centinaia di figli non suoi, ma che quel figlio prete le conduce da parte di Dio, fino a sfInirsi, prendendo forza - quando non ne può più - da uno sguardo umile e paziente rivolto al crocifisso.

I santi nascono e crescono cosi.

Fin da piccolo Giovanni Bosco ha fatto un sogno che, perfino durante il sonno gli sembrava «impossibile»: cambiare delle piccole «belve» in figli di Dio; e da allora un impulso interiore lo spinge a de­dicarsi alla gioventù abbandonata.

Per loro ha voluto ad ogni costo diventare prete, studiando fuori età, sorretto da una memoria prodigiosa, superando umiliazioni e fa­tiche d’ogni genere.

Ma preoccuparsi degli altri ragazzi privi di pane, di istruzione e di fede, gli sembrava - come egli stesso scrive – « l’unica cosa che do­vessi fare sulla Terra ». E questo « fin da quando avevo cinque anni ».

Mamma Margherita

Torino a quel tempo è presa dalla febbre della prima industrializzazione. Gli immigrati si contano a decine di migliaia, nel 1850 si parla addirittura di 50.000 o 100.000 immigrati. Si cominciano a costruire case su case. La città è invasa da bande di ragazzi che si of­frono per tutti i lavori possibili (ambulanti, lustrascarpe, fiammife­rai, spazzacamini, mozzi di stalla, garzoni...) e non sono protetti da nessuno. Si formano vere e proprie bande che infestano i sobborghi, soprattutto nei giorni festivi in cui non si lavora.

I primi accostati da don Bosco sono muratori, scalpellini, sel­ciatori e simili.

Molti ragazzi si danno al furto e finiscono, prima o poi, nelle car­ceri della città.

Anche altri preti giovani del tempo hanno intanto cominciato a preoccuparsi dei ragazzi abbandonati, ma si lasciano trascinare dai problemi politici e la loro opera viene travolta. Uno di essi - molto noto a Torino -, persuaso di «seguire il popolo», ha condotto i suoi duecento giovanotti a prendere parte alla battaglia di Novara. È una disfatta in tutti i sensi.

Don Bosco non guarda in faccia nessuno, preoccupato solo dei suoi ragazzi. Li raccoglie in un oratorio, se li trascina dietro nella continua ricerca di un luogo abbastanza capace per poterne ospitare un numero sempre crescente. Deve combattere su molti fronti contemporaneamente. I politici sono preoccupati del potenziale rivolu­zionario rappresentato da quelle bande di giovinastri che obbedisco­no, a centinaia, a un solo cenno di don Bosco.

Don Bosco con I bambini.

L'oratorio è insisten­temente sorvegliato dalla polizia. Alcuni ben pensanti «pensano» che l'oratorio sia un centro d’immoralità. I parroci della città sono preoccupati perché vedono distrutto il «principio parrocchiale». Se si deve fare l'oratorio, bisogna farlo nelle parrocchie. L'accusa è: «I giovani si staccano dalle parrocchie».

Don Bosco è messo sotto accusa: i parroci d’altronde pensano ancora a un'epoca tramontata, quando i giovani immigrati si presen­tavano con un biglietto di raccomandazione del proprio parroco d'o­rigine per essere accolti.

D'altra parte gli oratori parrocchiali – quelli che esistono - sono solo festivi e don Bosco li immagina quotidiani, con una compromissione totale del prete. Solo questo fa sì che i parroci sospendano pru­dentemente il loro giudizio e la loro offensiva.

Insistono però almeno che don Bosco indirizzi successivamente i suoi giovani alle rispettive parrocchie.

Ma sono ragazzi che non si avvicinerebbero mai a una parroc­chia, e per di più - cosa ancora più seria e sempre difficile da capire per chi sta al di fuori - l'oratorio di don Bosco è solo secondariamen­te una struttura o un luogo. Sostanzialmente l'oratorio è don Bosco stesso, la sua persona, la sua energia, il suo stile, il suo metodo edu­cativo: e questo non lo si può trasportare da una parrocchia all'altra. Per fortuna l'Arcivescovo decide di visitare personalmente l'Orato­rio. Passa una giornata piena d'allegria e si diverte di gusto («non ho mai riso tanto in vita mia», dirà). Dà la Comunione a più di trecento ragazzi e poi la Cresima, fiero di tanta gioventù, anche se alzandosi con tutta la mitria picchia energicamente il capo sul soffitto della bassa costruzione.

Per sua decisine tutti i verbali delle cresime vengono raccolti dalla Curia e invitati successivamente ai rispettivi parroci: così l'Oratorio è praticamente accettato come “la parrocchia dei ragazzi che non hanno parrocchia”.

Con una significativa sottolineatura teologica, don Bosco dice che l'abate Rosmini - suo entusiasta Sostenitore - « paragonava la nostra opera alle missioni che si aprono in terra straniera ».

Un altro versante di lotta per don Bosco è con i cosiddetti «preti patrioti», che tentarono gravemente di politicizzare i suoi ragazzi, per lanciarli nelle lotte risorgimentali.

“Nell’anno 1848 – scrisse - ci fu un tale pervertimento di idee e di opinioni che non potevo più nemmeno fidarmi dei collaboratori domestici. Ogni lavoro casalingo doveva quindi essere fatto da me. Toccava a me fare cucina, preparare a tavola, spazzare la casa, spaccare la legna, confezionare camicie, calzoni, asciugamani, lenzuola e rammendarli quando si strappavano. Sembrava una perdita di tempo invece trovai in quell’attività una possibilità d'aiutare i giovani nella loro vita cristiana. Mentre distribuivo il pane, scodellavo la minestra, potevo con calma dare un buon consiglio, dire una buona parola”.

Su un altro versante ancora, la lotta era contro coloro che (ed erano tanti, a un certo punto furono perfino gli amici) si convinsero che don Bosco era veramente e irrimediabilmente impazzito.

Mentre con i suoi ragazzi traslocava ripetutamente da un misero luogo all'altro, don Bosco parlava loro con assoluta convinzione di vasti oratori, chiese, case, scuole, laboratori, ragazzi a migliaia, preti numerosissimi a disposizione.

I ragazzi gli credevano, ripetevano le sue parole. Al contrario, perfino i più affezionati amici lasciavano cadere le braccia: «Povero don Bosco, si è tanto infatuato dei giovani che gli ha dato di volta il cervello».

Tutta Torino parlava del “prete pazzo”. Si cercò perfino di inter­narlo, con uno stratagemma.

L' amico più intimo del Santo, un altro prete, piangeva: «Povero don Bosco, è proprio andato!».

“Tutti - scrive don Bosco - si tenevano lontani da me. I miei collaboratori mi lasciarono solo in mezzo a circa quattrocento ra­gazzi”.

Ciò che sconvolgeva era soprattutto una cosa: a chi gli obiettava che la realtà era infinitamente lontana dalle sue descrizioni “case, scuole, chiese ecc.” ed esasperato gli diceva: « ma dove sono queste cose? », rispondeva: « Non lo so, ma esistono, perché io le vedo ».

Intanto i ragazzi crescevano e preoccupavano sempre di più.

« “Devo riconoscere - scrive don Bosco - che l'affetto e l' obbe­dienza dei miei ragazzi toccavano vertici incredibili ». Ma questo raf­forzava la voce che don Bosco, con i suoi giovani, poteva da un momento all'altro dare inizio a una rivoluzione.

Bisogna riportarsi al clima politico di allora. Ma d'altronde non aveva quell’uomo straordinario portato fuori dal carcere, sulla parola e senza nessuna sorveglianza, per un giorno di sollievo, più di trecen­to giovani carcerati, riconducendoli a sera senza che ne mancasse nemmeno uno.

Bisogna anche capire chi era don Bosco per loro. Un episodio lo rivela sufficientemente.

Nel luglio deI 1846 egli ebbe uno sbocco di sangue e svenne, do­po una massacrante giornata passata all'Oratorio.

In breve: è in fin di vita e riceve l'estrema unzione. Resta otto giorni tra la vita e la morte.

In quegli otto giorni ci furono ragazzi che, sotto il sole rovente lavorando sulle impalcature, non toccarono una goccia d'acqua, per chiedere a Dio la sua guarigione. Si davano il cambio notte e giorno al Santuario della Consolata per pregare per lui, dopo aver fatto le consuete dodici ore di lavoro. Alcuni promisero di recitare il rosario per tutta la vita. Altri di restare a pane e acqua per mesi, per un an­no, qualcuno per sempre.

I medici dicevano che quel sabato don Bosco sarebbe certamente morto. Gli sbocchi di sangue erano ormai continui, Don Bosco gua­rì, impensabilmente.

Li ritrovò tutti - pallidissimo e senza forze - in una cappella. Disse solo: «La mia vita la devo a voi. D'ora in poi la spenderò tutta per voi». E passò il resto della giornata ad ascoltarli uno per uno per cambiare in cose facili e possibili le promesse smisurate che essi avevano giurato a Dio per la sua guarigione.

Non era solo un'affezione romantica, e idealizzata, era frutto di una vita spesa in opere e opere.

Impossibile descriverla. Possiamo solo elencare alcuni dati.

Nel 1847, quando già centinaia di ragazzi frequentano l'Orato­rio, alcuni tra loro, che non sanno dove andare perché non hanno ca­sa, cominciano a vivere stabilmente con don Bosco e mamma Mar­gherita.

I primi ospiti sono alloggiati in cucina. Saranno sei alla fine dell'anno; trentacinque nel 1852; centoquindici nel 1854; quattrocen­tosessanta nel 1860; seicento nel 1862, fino ad un tetto di ottocento.

Nel 1845 don Bosco fonda la scuola serale, con una media di tre­cento alunni ogni sera.

Nel 1847 un secondo oratorio.

Nel 1850 fonda una società di mutuo soccorso per operai.

Nel 1853 un laboratorio per calzolai e sarti.

Nel 1854 un laboratorio di legatoria di libri.

Nel 1856 un laboratorio di falegnameria.

Nel 1861 una tipografia.

Nel 1862 una officina di fabbro ferraio.

Intanto nel 1850 è nato anche un convitto per studenti, con do­dici studenti che diventano centoventuno nel 1857.

Nel 1862 dunque l'oratorio conta seicento ragazzi interni e al­trettanti esterni.

Oltre i sei laboratori ci sono scuole domenicali, scuole serali, due scuole di musica vocale e strumentale, e trentanove salesiani che con don Bosco hanno dato inizio a una congregazione religiosa.
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